Archive for settembre 2009

settembre 27, 2009

Il collega che siede accanto a me è nato e cresciuto in Brasile ma ha un nome cinese; questo perchè sua madre è giapponese e suo padre tedesco.

settembre 27, 2009

Sto consumando molto yogurt. Lo trovo un comodissimo cibo in scatola.

Mamão

settembre 27, 2009

Lo so, la papaya si trova anche nei nostri supermercati; reparto ortofrutticolo. Solo che io della papaya avevo sempre e solo sentito parlare e non l’avevo mai assaggiata; poi arrivo qui e scopro un frutto gustosissimo che si chiama mamão. Mi ci è voluto un altro italiano per rendermi conto che papaya e mamão sono nomi diversi per la stessa cosa.
Il mam
ão qui cresce ovunque, in due differenti formati: quello normale, grande all’incirca come un melone piccolo (ma con la forma di una pera paffuta) e quello formosa, dalla medesima forma ma con le dimensioni di un’anguria. è molto dolce, di una dolcezza non aspra come le fragole nè zuccherina come il fico: una dolcezza profonda di frutto maturo. La polpa, al giusto punto di maturazione, ha la consistenza “budinosa” della polpa di un melone arancio un po’ passato.
Si consuma tantissimo a colazione ed io adoro questa usanza: da quando son qui ne mangio metà ogni mattina.

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Pastel

settembre 27, 2009

Il pastel (da leggersi “pasteu”, come Brasil è “Brasiu”) si acquista e consuma presso una bancarella, solitamente al mercato o in fiera. Bisogna anche ricordarsi di pagarlo, visto che funziona così: tu arrivi, ordini il pastel, ti destreggi tra la folla che solitamente accerchia la bancarella, trovi una seggiolina di plastica, ti ci accomodi e gusti il tuo cibo, magari ti alzi e vai da un’altra parte a prenderti un bicchiere di garapa e poi paghi. Io, l’ultima volta, ho totalmente dimenticato di eseguire l’ultima fase del processo.
Sostanzialmente il pastel è un gigantesco raviolo fritto. La pasta ha più sfoglie e la consistenza, per riportarla a qualcosa di noto, della parte più croccante della frittelle nostrane (per intenderci: quando si gonfiano e formano quello strato dorato che ha i crateri come la superficie lunare). Il ripieno è a scelta: uova e bacon, formaggio, formaggio e scarola, tonno e cipolle, baccalà etc…più le versioni dolci. Il mio ultimo assaggio è stato baccalà con formaggio: davvero notevole. Sarà che quando le cose son gratis son più buone…

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Una domenica d’inverno brasiliano al mare

settembre 21, 2009

Ci avevamo provato la domenica prima ma avevamo desistito.  Il motivo principale della rinuncia: la scarsa volontà di guidare del Tato, dopo la scioccante esperienza di guida a Rio e San Paolo. Avevamo candidato a meta ideale una delle spiagge a qualche ora di macchina dalla città, una di quelle già lambite durante il nostro primo viaggio.  Il Tato mal dissimula il suo disaccordo ma io insisto e, avvallata dalla sorte (nel consultare il sito di noleggio Matteo inavvertitamente prenota l’auto per l’indomani), riesco a conquistarmi una domenica d’inverno brasiliano al mare. Durante la notte vengo però tormentata da un generale malessere e la mattina mandiamo tutto a monte. Il Tato e il suo macuba si sono autorestituiti il favore. Nel letto di morte mi viene però solennemente promesso il mare la domenica successiva.

E così eccoci di nuovo a Guaruja, stavolta raggiunta con l’autobus in poco più di un’ora: ci dicono non essere il massimo ma è vicina e, lo scopriamo all’arrivo, al bar del capolinea fanno il cappuccino più strano e più buono che abbia mai assaggiato. Arrivati con aspettative molto modeste dobbiamo ricrederci: noi che conosciamo il profilo spigoloso delle località balneari della Riviera non ci scandalizziamo di fronte alla fila di palazzoni che si affaccia sulla spiaggia. Anche quando, alle due del pomeriggio (non alle cinque, ripeto, alle due), l’ombra dei suddetti palazzoni arriva a coprire tutta la spiaggia, ci sforziamo di non scandalizzarci. Raccolti con metà della popolazione brasiliana sotto la non-ombra dell’edificio più basso, ci procuriamo due seggiole ed un ombrellone (tutto gratis, si paga solo ciò che si ordina da bere o da mangiare), compriamo i racchettoni e ci dedichiamo ad un po’ di sana attività fisica. Dopo ore di racchettate, io non ho stillato nemmeno una goccia di sudore, mentre il Tato pare un involtino primavera ben unto. La precisione nel restituire i colpi al mittente non è decisamene il mio forte. Ci vuole un integratore di sali, a questo punto: cosa meglio di un’abbondante frittura di pesce bagnata da due caipirinhas preparate ad arte?!

Con i nostri bicchieri di plastica osserviamo la gente intorno ed individuiamo tracce di ogni genoma umano: bambini di tutte le razza ed età, famiglie numerosissime con badanti di colore al seguito, gruppi di ragazzi tatuati, surfisti, runners, gli immancabili virtuosi del palleggio estremo,  il classico solitario intellettuale. Anche il mercato degli imprenditori da spiaggia è vario: gelatai, venditori di succhi, un venditore di zucchero filato preconfezionato infilato (il venditore, non lo zucchero) in un costume felpato di mickey mouse con trenta gradi all’ombra, friggitori di spiedini di formaggio con la griglia allestita sulla bicicletta, i nostri amici friggitori di pesce, i distributori di mais e mantega (burro), cinesi con parei e costumi.

Siamo tra gli ultimi ad abbandonare la spiaggia, cui l’imbrunire ha conferito toni surreali; quasi deserta, compatta e lucida, riflette un cielo rosato decorato di nuvolette magrittiane: perfette, paffute e regolari. Anche gli inopportuni palazzoni si specchiano nella fascia di confine tra terra e mare e solo così, deformati dalle linee ondulate  dell’ultima acqua sulla spiaggia, mi piace pensarli  un legittimo elemento di questa composizione. Una domenica d’inverno brasiliano al mare.

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Altre foto qui

La do via_la do sulla via_sulla via do…

settembre 15, 2009

Continua da “un sabato qualsiasi prima che tutto cambiasse”.

Giunti a casa loro (di Antonio e Valdira), nell’ordine:  salutiamo Fedra e Chiara, i due cani di casa, salutiamo Tonino, cerco di far desistere Valdira dall’affidarmi la gestione del suo sito internet e decidiamo di mangiare fuori.
All’abbondante cena a base di pizza in un tipico ristorante rodizio (a prezzo fisso, qualsiasi cosa tu mangi e in qualsiasi quantità), seguono un buon caffè alla cannella e un dignitoso giro per viados. Valdira è infatti convinta che siano un’esclusiva brasiliana e così s’infila in ogni traversa di Av. Indianapolis alla ricerca di uno/a che sia, come ripete in continuazione lei, “completamenci nudo”. Fortunatamente non ho l’onore di gustarmi un ben fornito “frontale”, ma scorgo lati B e balconate di prima classe. Tonino sopporta divertito il tour e ci rivela che il termine “viados”, da scriversi corretamente “veados”, significa cervo e allude alla grazia delle falcate di questi giunonici ma splendidi ragazzi di strada. Niente a che vedere con le associazioni, fatte per assonanza, che avevo in testa.

un sabato qualunque prima che tutto cambiasse…

settembre 15, 2009

Sabato mattina a tanta voglia di dormire, per recuperare le ore di sonno non godute durante la settimana e quelle perse la notte prima, passata a guardare film. Sabato mattina, dicevo, e Valdira che ci butta fuori dal letto minacciandoci di fiondarsi in reception a depositare i due biglietti per la fiera del design artigianale che ci ha procurato. Mi aveva da tempo parlato di questa fiera ed io l’avevo semplicemente ignorata. Anche stamattina lei chiama sul cellulare Matteo ed io la ignoro, continuo a dormire; intanto Matteo le assicura che tra un’ora saremo noi da lei. Tento di ignorare anche questa che penso essere una promessa di circostanza, ma il Tato mi doccia e mi colaziona e la trasforma in una promessa mantenuta.

La fiera è piccola, poco più che una mostra ordinaria, ma si rivela davvero deliziosa: tanti oggetti, tante ispirazioni e derivazioni, tanto handmade, molto crafting, un po’ di design vecchio stile ed un pizzico di kitch e di naif. Scopro una papelleria (cartoleria) che con la carta fa davvero tutto: dai biscotti alle borse, ed un designer che riveste bottiglie e che ha lavorato due anni presso un architetto milanese che conosco. Valdira, due passi più in là dall’entrata, ha già comprato una teiera con tazza incorporata provenienti dal Nord del paese; rivela inoltre una sfrenata passione per le paffute e lucide porcellane che riproducono le mamas di colore; riesce pure a fotografarne un certo numero senza alcuna discrezione e senza essere rimproverata da nessuno.
Grazie ad una soffiata scopriamo che a poca distanza si sta svolgendo un’altra fiera dedicata al design e ci fondiamo là. L’ingresso è però permesso solo ad architetti e designer ed io non ho con me il ben che minimo straccio di prova della mia attività, inoltre sono in compagnia di un ingegnere gestionale e di una psicologa; ma per Valdira nulla è impossibile: a seguito di un lungo sofismo sulla necessità di rendere accessibile agli stranieri il patrimonio artistico-creativo nazionale, riusciamo ad entrare.
Questa seconda rassegna è di livello più alto rispetto alla precedente, le merci (per lo più forniture e complementi d’arredo) sono disposte con ordine ed eleganza, tanto da annoiarci dopo pochi minuti e costringerci ad intrattenerci con del cibo mineiro (tipico dello stato di Minas Gerais) gentilmente offerto da uno stand.
All’uscita scopriamo una bella multa sull’auto, multa che Valdira prontamente nasconde e ci costringe a dimenticare per non brigare (litigare) con Tonino.

Carambòla

settembre 13, 2009

Inauguriamo la “rubrica” food and beverage, perchè un italiano nel mondo non può non giudicare il cibo, anche quando si ripromette di non farlo, lo fa comunque. La frutta ci darà un sacco di soddisfazioni in questo senso, perchè quella del Brasile è una terra generosa, che dispensa frutti in abbondanza e non solo: la gente di qui spreme e frulla qualsiasi cosa e, inaspettatamente, ne trae  succhi ed estratti gustosissimi.

La carambòla ha la curiosa forma di una stellina a cinque punte estrusa e dolcemente schiacciata alle estremità, così da assumere, nel complesso, le proporzioni di un ellisse. Manco a dirlo, la sezione è una graziosa stella a cinque punte. Questo frutto si mangia lavandolo bene e asportandone gli estremi, senza sbucciarlo; queste manovre spesso lo anneriscono perchè è molto delicato. Il sapore è dolce ma non troppo zuccherino e la consistenza è fresca ed acquosa, ricorda un po’ il melone giallo. Per quanto gradevole, devo riconoscere che il suo punto forte è decisamente la fisionomia…immaginate dolci o, perchè no, portate di carne o pesce guarnite con queste stelline …belleeeee…

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“Mi consegni la borsa, per favore.”

settembre 13, 2009

Puoi pensare ad uno scippo con stile, alla maniera di Lupin: “Sarei molto grato di poterLa privare della sua borsa e di tutto il suo contenuto”, ma sono proprio i toni gentili a indurti a credere che ci sia dell’altro. Se stai in piedi in metro o in autobus con una o più borse in mano, appese alla spalla, tra le gambe o sollevate per i denti, chi è seduto può  offrirsi di portarle  sulle sue gambe.

Ma ve lo immaginate il milanese-tipo che fa una cosa del genere?!Il suddetto vi odia solo per il fatto che non possedete un’auto, che avete fatto spesa, che  rubate ossigeno e spazio di manovra.

I favobarbobohemienne

settembre 9, 2009

Arrivati a San Paolo abbiamo dovuto velocemente trovare la soluzione ad una certa questioncina: dove vivere per un mese. Fortunatamente Antonio e Valdira ci hanno aiutati con gentilezza sincera e disinteressata. Siamo andati da loro per recuperare il mio cellulare e ci hanno offerto un pranzo a base di coccodrillo alla griglia (nel piatto sembra pesce ma ha tutto il sapore della carne), poichè l’armadillo Valdira non l’aveva in casa. Che razza di sprovveduta.

Dopodichè ci hanno scarrozzato in giro per la città (della coppia è Valdira a guidare, peraltro al cardiopalma) a visionare le soluzioni abitative che Antonio aveva meticolosamente selezionato per noi nei due giorni precedenti. Tra una visita e l’altra anche l’indicazione su dove acquistare film d’autore pirata (mica action movies da quattro soldi!). Fondamentale.

Il fatto è che io lavoro a sud di San Paolo, nella zona più tranquilla e prestigiosa della città; il che equivale ad affitti stratosferici. Non stiamo parlando di un paese del varesotto: non puoi abitare lontano dal tuo luogo di lavoro, perchè se piove e butta proprio male, ci puoi mettere anche tre ore a spostarti di due quartieri più in là. Abitare in un flat (monolocale arredato affittato con formula mensile) in prossimità dell’Avenida Paulista sarebbe stato molto più conveniente (e gratificante, visto che quest’arteria è il cuore pulsante della città), ma si sarebbe tradotto in un suicidio quotidiano per me. Abbiamo quindi lavorato di fine strategia e trovato un flat atipico in un posto atipico: di fronte all’areoporto cittadino di Congonhas. La prima atipicità è che la suite non aveva l’angolo cottura e saremmo dovuti scendere ogni volta di tre piani (dal nono al sesto, dove stava una piccola cucina comune) se non ci fossimo procurati un fornelletto da campo. La seconda atipicità è dovuta al fatto che far atterrare e decollare gli aerei della Gol e della Tam nel giardino di casa non è esattamente la soluzione che tutti adotterebbero per un sano e quieto vivere.  Ma così fu che ci trasferimmo in quel losco ed insalubre posto.

All’inizio temevo il peggio, soprattutto per il Tato tutto solo a casa: un giorno sarei tornata e avrei scoperto i muri ricoperti di segni e croci, a segnare gli atterraggi e i decolli delle compagnie di bandiera, lui preso dal delirio di aver individuato una costante matematica che rivelasse la fine del mondo. Invece ce la siamo cavata. Abbiamo lavato i piatti nel lavandino del bagno, cucinato con un fornelletto di fortuna (dopo il decimo minuto di cottura raggiungeva il punto di fusione di qualsiasi materiale), convissuto con minuscole formichine laboriose, portato pazienza per le irrisorie pulizie settimanali del personale di servizio, osservato il misterioso andirivieni di body guards nella hall e quello allegro di trasvetiti di ogni fattura, sopportato il chiasso di rave party organizzati sopra le nostre teste ogni sabato, dormito nel profumato ricordo delle fritture. Aggiungi a tutto questo l’assenza del bidet ed ecco come ci siamo conciati: da favobarbobohemienne. Bohemienne perchè trovavamo qualcosa di romantico e sfrontato nel vivere a ridosso di un areoporto pur di passare un mese insieme, barboni perchè  gli argomenti precedenti mi sembrano sufficienti e  favo che deriva parimerito da favolosi e  favelados (da favelas: poveracci).

Un mese con cui stremeremo di racconti i nipotini. Un nido d’amore, un piccolo pasticcio rosa. Dopo tutto questo potremo vivere ovunque, anche nell’ex stalla senza mobili e riscaldamento di un vecchio casale.

Stavolta in Toscana, s’il vous plait!


settembre 8, 2009

La notizia è giunta anche qui, in un martedì paulista violentato da un temporale terribile. Cribbio, non me l’aspettavo; l’ho lasciato ieri che sciava a Cortina col figlio Leonino (“è molto bravo, eh – eh…”) ed oggi…

Mio padre mi ha raccontato, da piccola, di essere uscito a pesca  con Mike, quando ancora era ragazzo, quando ancora non era nessuno, in quanto amico dell’amico di un suo cugino che frequentava una “certa” Milano. All’età di cinque anni fui scettica. Ad oggi mi va di concedergliela, questa; in fondo ognuno si merita il suo pezzetto di mito.

Un saluto, con rispetto e simpatia.

Riflessioni sulla tazza

settembre 6, 2009

Lo sapevate che in Brasile  la carta igienica non si butta nel wc? Ebbene si, la si getta in un cestino appositamente posto accanto al sanitario. All’inizio pensavo si trattasse di un uso legato a vecchi sistemi idraulici e che non potesse essere generalizzato all’intero paese ed invece, dai locali pubblici alle abitazioni private, vicino alla tazza spunta sempre un bel cestino. Ad oggi, talvolta, ancora mi rifiuto di riporre la carta usata lì dentro. La mia è a volte distrazione e altre presunzione. Contro la prima posso far poco (anni e anni di abitudine!) ma sulla seconda c’è da riflettere: ancora non mi sono imbattuta in un bagno maleodorante, anzi, vi sono localini da lunch milanesi con il minuscolo bagno di inizio ‘900 decisamente più rivoltante di qualsiasi bagno finora visitato qui; inoltre comincio a pensare che il modo brasiliano sia più ecologico del nostro, definendo, nelle acque sporche, la presenza di solo materiale organico. Devo pensarci ancora un po’ su.

Vado in bagno a riflettere…

Arretrati

settembre 6, 2009

Il Tato è tornato in Italia da più di una settimana. Questo significa che  son già passati un mese e una decina di giorni da quando ho lasciato il Bel Paese; ma significa più che altro che il Tato non è più qui con me. Ho aspettato un sabato di pioggia per inaugurare questo blog, tanto pubblicizzato quanto mai esistito! Na verdade (in verità), è il sabato di pioggia ad avere aspettato me, che riesco a non trovare tempo e a frustrarmi dietro fantomatiche “cose da fare” anche qui, anche da sola. Ho un po’ di arretrati da raccontare, a questo punto. Certo non sarò puntuale nel descrivere le avventure passate, d’altro canto mi dispiacerebbe rinunciare a scriverle;  l’aspetto vacanziero di questa mia permanenza oltreoceano si è esaurito proprio durante il mese passato, inoltre  alcune delle conoscenze e delle esperienze fatte in quei giorni condizionano, e lo faranno per sempre, i giorni attuali… Per cui, proviamoci! ed iniziamo a raccontare…

La prima settimana dopo il nostro arrivo abbiamo noleggiato un’auto (un’ammiraglia di casa Fiat cilindrata 1000…) e abbiamo percorso la Rio-Santos, strada  che congiunge San Paolo a Rio de Janeiro. Esiste un collegamento pseudoautostradale piú fluido tra le due cittá (“pseudo” perché i pedoni attraversano la presunta autostrada in ogni punto) ma percorre l’entroterra e non dá le soddisfazioni della Rio-Santos. Questa strada, asfaltata solo una ventina di anni fa,  segue la costa e attraversa la Mata atlantica, cioé la striscia di foresta pluviale che si affaccia sull’omonimo oceano. Da una certa altezza in poi, tutte le sue uscite sono dirette a spiaggie isolate e meravigliose, baie ampissime o moli per raggiungere isole e isolotti. Non mancano tratti di tornanti che s’impervicano sulla Serra do Mar, dove la nostra Palio 1000 ha davvero offerto i migliori dei suoi rantolii.

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Guaruja

Non disponiamo di una mappa stradale troppo precisa né di mezzi linguistici utili a procurarcene una. Chiedere informazioni è difficile ma ci proviamo lo stesso e a piú riprese, così da renderci conto che per i brasiliani è sempre facile: bisogna solo andare dritti. Come dicono loro “sempre em frente” (da pronunciarsi con un deciso accento barese: “sempre em fremge”) . Per qualsiasi destinazione “sempre em frente”. Stranamente ci perdiamo non appena usciti da San Paolo città; strano davvero. Piuttosto che imboccare la Rio-Santos, a Santos tiriamo dritti e arriviamo a Guaruja.

Pazienza, ci diciamo, percorriamo questa, anzi, no, quest’altra e risaliamo verso la strada madre.
Io continuo a guardare fuori dal finestrino come una bimba che va a fare le spese di Natale coi genitori e guarda tutti gli alberelli illuminati che scorrono sul finestrino; dizionario in mano, traduco cartelli e messaggi stradali. Mi rivolgo al Tato:
“Ehi, segnalano un traghetto (balsa) tra 500 m. Dev’esserci un grande fiume su cui magari, se si vuole, si può pescare (il Tato è un appassionato di pesca); probabilmente, chi vuole, può imbarcarsi qui da qualche parte e farsi un giro, magari c’è uno di quei isolotti che…”
Ad interrompermi è il traghetto, su cui siamo saliti necessariamente. Pensavamo di essere sulla terra ferma, pensavamo di inoltrarci nella terra ferma! Invece, questa cittadina, si rivela essere una penisola alla quale abbiamo avuto accesso attraverso un itsmo e la si può abbandonare solo imbarcandosi. Quindi abbiamo riso e ci siamo abbandonati al corso degli eventi e… della corrente.

La strada ci conduce attraverso Ubatuba, Guaratatuba, Praia Mirim…posti e spiagge incantevoli in alcuni dei quali ci fermiamo a mangiare, in altri solo ad annusare l’aria…

São Sebastião

Prima tappa São Sebastião, una cittadella portuale con nessuna grande attrattiva tranne un centro in pieno stile coloniale e qualche posticino dove mangiare buon pesce. Qui, oltre a dimenticare il cellulare in hotel alla nostra partenza, mi affaccio dalla finestra, guardo la chiesetta spoglia, giallo chiaro e bianca, con i due sottili e bassi campanili simmetrici, e penso alla letteratura sudamericana che mi piace tanto, a Macondo in particolare e a come l’avessi sempre immaginato così.
Ma già il viaggio in auto ci aveva riservato splendidi scorci, nonostante il tempo dubbio, per non dire pessimo. La macchina fotografica è il mezzo migliore per dichiararti immediatamente turista, così un bambino si avvicina e mi porge un braccialetto. Scena gentile se non fosse che le troppe raccomandazioni sulla scarsa sicurezza del Brasile ci hanno reso due ipocondriaci terrorizzati: all’avvicinarsi del ragazzino per poco non tentiamo di barricarci in macchina. É il suo viso disorientato a persuaderci che sta venendo in pace e che merita qualche Reale per il suo lavoretto…

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Ilha Bela

Le graziose villette di quest’isoletta rappresentano la residenza estiva di molti paulisti benestanti. Solo metà dell’isola è praticabile, l’altra metà lo è solo a piedi o con mezzi e attitudine adatti (jeep, trial…). Purtroppo il pessimo tempo faceva desistere le guide dall’organizzare qualsiasi escursione nell’isola e così abbiamo potuto solo apprezzarne la parte residenziale. Peccato! Con altre condizioni metereologiche sarebbe stato possibile raggiungere a trekking delle favolose cascate stile laguna blu. Eravamo attrezzati e determinati ma contro la pioggia battente nulla ha potuto…nemmeno il solitamente infallibile approccio da amico di una vita del Tato con la guida, un tizio di colore sgangheratissimo che conclude ogni frase con una sonora risata alla Eddie Murphy. Ci saremmo divertiti un sacco a fare un giro con lui, ci scommetto! Anche solo di riflesso, anche solo per tutte quelle cose di cui lui avrebbe riso senza che noi ne capissimo alcuna…

Siamo stati davvero tentati di soggiornare una notte in piú a São Sebastião per sperare in un tempo più clemente l’indomani, ma alla fine abbiamo aderito al motto “tutto va come deve andare” e ci siamo rimessi in viaggio.

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Paraty

Paraty, da leggersi con l’accento sulla “I”, (o Parati, ancora non ci è chiaro quale versione sia corretta, poichè entrambe sono usate senza discriminazione), è una cittadina stupenda, che non avremmo mai visitato se prima di partire un’ impiegata di Abipe (l’organizzazione grazie alla quale sono qui in Brasile) non ci avesse consigliato vivamente di farlo. Le guide non le danno infatti il rilievo che merita.Abbiamo alloggiato in una pousada (pensione) molto carina cui ci ha condotto Pedro, una sorta di Pr su due ruote che ci ha affiancato (e quindi preliminariamente riconosciuti come turisti sprovveduti) con la sua moto non appena oltrepassato il cartello di “bem vido na Parati”. Ovviamente il primo pensiero è stato quello di consegnargli tutti i soldi, convinti com’eravamo che si trattasse di una rapina.

Parati è una cittadina coloniale coloratissima e molto viva, assai frequentata dal turismo locale. Le stradine sono di ciottoli grossi e tondi e attraversano file di edifici bassi, bianchi o giallini, ma con i profili e i serramenti dai colori accesi. Quando la marea si alza molto l’acqua invade la cittadella trasformandola in una graziosa Venezia brasiliana, praticabile, a quel punto, solo con piccole imbarcazioni. Noi abbiamo avuto la fortuna di arrivare a Paraty di sabato, in tempo per coglierne lo spirito festivo del fine settimana e per goderci un festival jazz itinerante che faceva tappa lì.

Abbiamo cenato sotto ad un tendone del festival e lì abbiamo conosciuto Douglas, il cameriere, che ci ha preso in simpatia dopo averci tradotto, spiegato ed illustrato con finissime miniature il menù. Douglas è di Rio e ci promettiamo di incontrarlo là non appena arrivati. La nostra spiccata socialità di quella sera era sicuramente ispirata dal paio di caipirinha bevute come aperitivo, inconsapevoli del fatto che qui, nel suo paese d’origine, questo drink si fa con la cachaça, un liquore mostruosamente pesante. Nonostante ciò abbiamo deliberatamente ripetuto lo stesso errore il giorno successivo…

L’indomani mattina abbiamo preso un autobus per Penha, piccola località spostata verso l’entroterra, dove si organizzano escursioni nella foresta lungo il caminho do ouro, cioè lungo il sentiero che gli schiavi neri percorrevano carichi di oro e pietre preziose prima dell’avvento dei mezzi a vapore. Il prezioso materiale proveniva dal ricchissimo stato di Minais Gerais (miniere generali, appunto) e doveva arrivare al porto di Paraty per essere imbarcato e portato in Europa. Da qui la fortuna di Paraty, per lo meno fino a quando la realizzazione di un tunnel non rese praticabile una strada alternativa che privò questa città del suo lodevole ruolo. Zaino in spalla arriviamo al luogo di partenza dell’escursione e qui, dichiarandoci italiani e del tutto incapaci di comprendere le parole della guida, conosciamo Antonio a Valdira,  che ci assistono e ci fanno compagnia. Antonio è italiano, di Torino per l’esattezza, riservato e composto (quantomeno all’inizio), si limita a tradurci le spiegazioni con una serietà quasi imbarazzante. Lei si rivela invece una bambina curiosa e chiassosa che s’impervica tra le rocce del sentiero toccando e chiedendo alla guida di ogni cosa vedesse. Il ritorno lo facciamo con loro, cogliendo l’occasione per recarci a Cunha a vedere gli effetti di una tromba d’acqua accanitasi lì due mesi prima e per fermarci nell’atelier di un artista che fa cose meravigliose ma che, purtroppo, non troviamo in casa. Tornati a Paraty ceniamo insieme e ci scambiamo gli indirizzi; anche loro sono di San Paolo e vi faranno rientro il mattino; sono tanto gentili da offrirsi di passare a São Sebastião a recuperare il mio cellulare.

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Rio de Janeiro

Arriviamo a Rio nel primissimo pomeriggio, essendo partiti molto presto da Paraty. Fondamentale è infatti non guidare la notte nella periferia immediatamente precedente la città: la zona è controllata dai trafficanti di droga e, a partire da una certa ora in poi, decidono loro chi possa passare e chi no. Rio è molto pericolosa. Ma Rio è anche tremendamente bella. La guida diceva che era possibile provare una forte e istantanea saudade (nostalgia, termine che i brasiliani usano tantissimo) di questa città: nulla di più vero. Di Rio mi sono innamorata immediatamente, non appena arrivati, nonostante il tempo fosse brutto (ma dai?!) e stessimo guidando (plurare maiestatis: non ero ovviamente io alla guida…) praticamente alla cieca.

Rio è circondata da morri (colline) dolci come pan di zucchero che entrano nel mare, ed è chiusa dal mare che entra nella città, la quale ha strade che entrano nel mare…qui tutto si mischia, tutto si muove eppure è tranquillo, secondo il brasilian’s way of life. Di Rio abbiam visto il Centro, il quartiere storico che si incontra in ogni città dell’America latina; quartiere di solito brulicante di uffici e men in black ma, poichè vecchio, altrettanto brulicante di povertà e malvivenza ed insicuro al di fuori delle ore d’ufficio. Case colorate e antiquari, pasticcerie di alta gamma, rigattieri e bazar di ogni sorta, altissimi prismi vetrati che riflettono  con architettata precisione la moderna cattedrale; e poi la laguna con i chioschi e le barchette e le famosissime spiagge di Ipanema, Copacabana, Leme…

Abbiamo cercato di ottimizzare tempi e percorsi ma tutto è andato in fumo quando il sole ha fatto capolino e ha portato la temperatura a circa trenta gradi. Impreparati ma troppo tentati, ci siamo tuffati in mare in mutande e reggiseno (io con entrambi, solo con le mutande il Tato) e sdraiati a seccare sulla spiaggia a grani grossi e dorati di Ipanema. Ci siamo reidratati con del cocco sciabolato al momento e siamo ripartiti.

Un giro per negozi, la cena in churrascheria, la serata nel quartiere Lapa a sbirciare nei locali, sentire samba, forrò e fracasso per strada, vedere ballare tutti, ma proprio tutti. Abbiamo cercato di incontrare Douglas, ma gli orari all’hotel dove lavora non ci hanno aiutato. Peccato, ci avrebbe fatto visitare Santa Teresa, un quartiere storico con una vecchia ferrovia poco sicuro da visitare in quanto confinante con una grande favela. Non bisogna pensare che le favelas si trovino solo ai margini della città; le favelas sono ovunque, anche in fondo alla strada. Colmano i buchi lasciati da un’urbanizzazione veloce e sregolata, sfumano i profili arzigogolati delle metropoli in case basse, con tetti irregolari, muri con mattoni a vista, cartoni e lamiere, catene colorate di panni stesi, aquiloni alti che fatichi a capire dove stia la manina che li comanda.

Non abbiamo mancato il Corcovado con il suo Cristo Redentor a braccia spiegate, capitandoci persino al tramonto (in realtà siamo arrivati praticamente di mattina ma una coda incredibile ci ha provvidenzialmente permesso di salire solo nel pomeriggio). Al Pão de açucar abbiamo invece dovuto rinunciare a causa del maltempo. Abbiamo recuperato quest’importante tappa da turista medio con una bella partita al Maracanà: Flamengo vs Atletico Mineiro. La mia prima volta allo stadio per una partita di calcio: mica male essere svezzati in Brasile, no?!

Dopo due intensi giorni di Rio ripartiamo, stavolta non per proseguire l’itinerario ma per voltare (tornare) a San Paolo. Ed è già saudade.

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