Arretrati

Il Tato è tornato in Italia da più di una settimana. Questo significa che  son già passati un mese e una decina di giorni da quando ho lasciato il Bel Paese; ma significa più che altro che il Tato non è più qui con me. Ho aspettato un sabato di pioggia per inaugurare questo blog, tanto pubblicizzato quanto mai esistito! Na verdade (in verità), è il sabato di pioggia ad avere aspettato me, che riesco a non trovare tempo e a frustrarmi dietro fantomatiche “cose da fare” anche qui, anche da sola. Ho un po’ di arretrati da raccontare, a questo punto. Certo non sarò puntuale nel descrivere le avventure passate, d’altro canto mi dispiacerebbe rinunciare a scriverle;  l’aspetto vacanziero di questa mia permanenza oltreoceano si è esaurito proprio durante il mese passato, inoltre  alcune delle conoscenze e delle esperienze fatte in quei giorni condizionano, e lo faranno per sempre, i giorni attuali… Per cui, proviamoci! ed iniziamo a raccontare…

La prima settimana dopo il nostro arrivo abbiamo noleggiato un’auto (un’ammiraglia di casa Fiat cilindrata 1000…) e abbiamo percorso la Rio-Santos, strada  che congiunge San Paolo a Rio de Janeiro. Esiste un collegamento pseudoautostradale piú fluido tra le due cittá (“pseudo” perché i pedoni attraversano la presunta autostrada in ogni punto) ma percorre l’entroterra e non dá le soddisfazioni della Rio-Santos. Questa strada, asfaltata solo una ventina di anni fa,  segue la costa e attraversa la Mata atlantica, cioé la striscia di foresta pluviale che si affaccia sull’omonimo oceano. Da una certa altezza in poi, tutte le sue uscite sono dirette a spiaggie isolate e meravigliose, baie ampissime o moli per raggiungere isole e isolotti. Non mancano tratti di tornanti che s’impervicano sulla Serra do Mar, dove la nostra Palio 1000 ha davvero offerto i migliori dei suoi rantolii.

paliosudeste


Guaruja

Non disponiamo di una mappa stradale troppo precisa né di mezzi linguistici utili a procurarcene una. Chiedere informazioni è difficile ma ci proviamo lo stesso e a piú riprese, così da renderci conto che per i brasiliani è sempre facile: bisogna solo andare dritti. Come dicono loro “sempre em frente” (da pronunciarsi con un deciso accento barese: “sempre em fremge”) . Per qualsiasi destinazione “sempre em frente”. Stranamente ci perdiamo non appena usciti da San Paolo città; strano davvero. Piuttosto che imboccare la Rio-Santos, a Santos tiriamo dritti e arriviamo a Guaruja.

Pazienza, ci diciamo, percorriamo questa, anzi, no, quest’altra e risaliamo verso la strada madre.
Io continuo a guardare fuori dal finestrino come una bimba che va a fare le spese di Natale coi genitori e guarda tutti gli alberelli illuminati che scorrono sul finestrino; dizionario in mano, traduco cartelli e messaggi stradali. Mi rivolgo al Tato:
“Ehi, segnalano un traghetto (balsa) tra 500 m. Dev’esserci un grande fiume su cui magari, se si vuole, si può pescare (il Tato è un appassionato di pesca); probabilmente, chi vuole, può imbarcarsi qui da qualche parte e farsi un giro, magari c’è uno di quei isolotti che…”
Ad interrompermi è il traghetto, su cui siamo saliti necessariamente. Pensavamo di essere sulla terra ferma, pensavamo di inoltrarci nella terra ferma! Invece, questa cittadina, si rivela essere una penisola alla quale abbiamo avuto accesso attraverso un itsmo e la si può abbandonare solo imbarcandosi. Quindi abbiamo riso e ci siamo abbandonati al corso degli eventi e… della corrente.

La strada ci conduce attraverso Ubatuba, Guaratatuba, Praia Mirim…posti e spiagge incantevoli in alcuni dei quali ci fermiamo a mangiare, in altri solo ad annusare l’aria…

São Sebastião

Prima tappa São Sebastião, una cittadella portuale con nessuna grande attrattiva tranne un centro in pieno stile coloniale e qualche posticino dove mangiare buon pesce. Qui, oltre a dimenticare il cellulare in hotel alla nostra partenza, mi affaccio dalla finestra, guardo la chiesetta spoglia, giallo chiaro e bianca, con i due sottili e bassi campanili simmetrici, e penso alla letteratura sudamericana che mi piace tanto, a Macondo in particolare e a come l’avessi sempre immaginato così.
Ma già il viaggio in auto ci aveva riservato splendidi scorci, nonostante il tempo dubbio, per non dire pessimo. La macchina fotografica è il mezzo migliore per dichiararti immediatamente turista, così un bambino si avvicina e mi porge un braccialetto. Scena gentile se non fosse che le troppe raccomandazioni sulla scarsa sicurezza del Brasile ci hanno reso due ipocondriaci terrorizzati: all’avvicinarsi del ragazzino per poco non tentiamo di barricarci in macchina. É il suo viso disorientato a persuaderci che sta venendo in pace e che merita qualche Reale per il suo lavoretto…

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Ilha Bela

Le graziose villette di quest’isoletta rappresentano la residenza estiva di molti paulisti benestanti. Solo metà dell’isola è praticabile, l’altra metà lo è solo a piedi o con mezzi e attitudine adatti (jeep, trial…). Purtroppo il pessimo tempo faceva desistere le guide dall’organizzare qualsiasi escursione nell’isola e così abbiamo potuto solo apprezzarne la parte residenziale. Peccato! Con altre condizioni metereologiche sarebbe stato possibile raggiungere a trekking delle favolose cascate stile laguna blu. Eravamo attrezzati e determinati ma contro la pioggia battente nulla ha potuto…nemmeno il solitamente infallibile approccio da amico di una vita del Tato con la guida, un tizio di colore sgangheratissimo che conclude ogni frase con una sonora risata alla Eddie Murphy. Ci saremmo divertiti un sacco a fare un giro con lui, ci scommetto! Anche solo di riflesso, anche solo per tutte quelle cose di cui lui avrebbe riso senza che noi ne capissimo alcuna…

Siamo stati davvero tentati di soggiornare una notte in piú a São Sebastião per sperare in un tempo più clemente l’indomani, ma alla fine abbiamo aderito al motto “tutto va come deve andare” e ci siamo rimessi in viaggio.

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Paraty

Paraty, da leggersi con l’accento sulla “I”, (o Parati, ancora non ci è chiaro quale versione sia corretta, poichè entrambe sono usate senza discriminazione), è una cittadina stupenda, che non avremmo mai visitato se prima di partire un’ impiegata di Abipe (l’organizzazione grazie alla quale sono qui in Brasile) non ci avesse consigliato vivamente di farlo. Le guide non le danno infatti il rilievo che merita.Abbiamo alloggiato in una pousada (pensione) molto carina cui ci ha condotto Pedro, una sorta di Pr su due ruote che ci ha affiancato (e quindi preliminariamente riconosciuti come turisti sprovveduti) con la sua moto non appena oltrepassato il cartello di “bem vido na Parati”. Ovviamente il primo pensiero è stato quello di consegnargli tutti i soldi, convinti com’eravamo che si trattasse di una rapina.

Parati è una cittadina coloniale coloratissima e molto viva, assai frequentata dal turismo locale. Le stradine sono di ciottoli grossi e tondi e attraversano file di edifici bassi, bianchi o giallini, ma con i profili e i serramenti dai colori accesi. Quando la marea si alza molto l’acqua invade la cittadella trasformandola in una graziosa Venezia brasiliana, praticabile, a quel punto, solo con piccole imbarcazioni. Noi abbiamo avuto la fortuna di arrivare a Paraty di sabato, in tempo per coglierne lo spirito festivo del fine settimana e per goderci un festival jazz itinerante che faceva tappa lì.

Abbiamo cenato sotto ad un tendone del festival e lì abbiamo conosciuto Douglas, il cameriere, che ci ha preso in simpatia dopo averci tradotto, spiegato ed illustrato con finissime miniature il menù. Douglas è di Rio e ci promettiamo di incontrarlo là non appena arrivati. La nostra spiccata socialità di quella sera era sicuramente ispirata dal paio di caipirinha bevute come aperitivo, inconsapevoli del fatto che qui, nel suo paese d’origine, questo drink si fa con la cachaça, un liquore mostruosamente pesante. Nonostante ciò abbiamo deliberatamente ripetuto lo stesso errore il giorno successivo…

L’indomani mattina abbiamo preso un autobus per Penha, piccola località spostata verso l’entroterra, dove si organizzano escursioni nella foresta lungo il caminho do ouro, cioè lungo il sentiero che gli schiavi neri percorrevano carichi di oro e pietre preziose prima dell’avvento dei mezzi a vapore. Il prezioso materiale proveniva dal ricchissimo stato di Minais Gerais (miniere generali, appunto) e doveva arrivare al porto di Paraty per essere imbarcato e portato in Europa. Da qui la fortuna di Paraty, per lo meno fino a quando la realizzazione di un tunnel non rese praticabile una strada alternativa che privò questa città del suo lodevole ruolo. Zaino in spalla arriviamo al luogo di partenza dell’escursione e qui, dichiarandoci italiani e del tutto incapaci di comprendere le parole della guida, conosciamo Antonio a Valdira,  che ci assistono e ci fanno compagnia. Antonio è italiano, di Torino per l’esattezza, riservato e composto (quantomeno all’inizio), si limita a tradurci le spiegazioni con una serietà quasi imbarazzante. Lei si rivela invece una bambina curiosa e chiassosa che s’impervica tra le rocce del sentiero toccando e chiedendo alla guida di ogni cosa vedesse. Il ritorno lo facciamo con loro, cogliendo l’occasione per recarci a Cunha a vedere gli effetti di una tromba d’acqua accanitasi lì due mesi prima e per fermarci nell’atelier di un artista che fa cose meravigliose ma che, purtroppo, non troviamo in casa. Tornati a Paraty ceniamo insieme e ci scambiamo gli indirizzi; anche loro sono di San Paolo e vi faranno rientro il mattino; sono tanto gentili da offrirsi di passare a São Sebastião a recuperare il mio cellulare.

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Rio de Janeiro

Arriviamo a Rio nel primissimo pomeriggio, essendo partiti molto presto da Paraty. Fondamentale è infatti non guidare la notte nella periferia immediatamente precedente la città: la zona è controllata dai trafficanti di droga e, a partire da una certa ora in poi, decidono loro chi possa passare e chi no. Rio è molto pericolosa. Ma Rio è anche tremendamente bella. La guida diceva che era possibile provare una forte e istantanea saudade (nostalgia, termine che i brasiliani usano tantissimo) di questa città: nulla di più vero. Di Rio mi sono innamorata immediatamente, non appena arrivati, nonostante il tempo fosse brutto (ma dai?!) e stessimo guidando (plurare maiestatis: non ero ovviamente io alla guida…) praticamente alla cieca.

Rio è circondata da morri (colline) dolci come pan di zucchero che entrano nel mare, ed è chiusa dal mare che entra nella città, la quale ha strade che entrano nel mare…qui tutto si mischia, tutto si muove eppure è tranquillo, secondo il brasilian’s way of life. Di Rio abbiam visto il Centro, il quartiere storico che si incontra in ogni città dell’America latina; quartiere di solito brulicante di uffici e men in black ma, poichè vecchio, altrettanto brulicante di povertà e malvivenza ed insicuro al di fuori delle ore d’ufficio. Case colorate e antiquari, pasticcerie di alta gamma, rigattieri e bazar di ogni sorta, altissimi prismi vetrati che riflettono  con architettata precisione la moderna cattedrale; e poi la laguna con i chioschi e le barchette e le famosissime spiagge di Ipanema, Copacabana, Leme…

Abbiamo cercato di ottimizzare tempi e percorsi ma tutto è andato in fumo quando il sole ha fatto capolino e ha portato la temperatura a circa trenta gradi. Impreparati ma troppo tentati, ci siamo tuffati in mare in mutande e reggiseno (io con entrambi, solo con le mutande il Tato) e sdraiati a seccare sulla spiaggia a grani grossi e dorati di Ipanema. Ci siamo reidratati con del cocco sciabolato al momento e siamo ripartiti.

Un giro per negozi, la cena in churrascheria, la serata nel quartiere Lapa a sbirciare nei locali, sentire samba, forrò e fracasso per strada, vedere ballare tutti, ma proprio tutti. Abbiamo cercato di incontrare Douglas, ma gli orari all’hotel dove lavora non ci hanno aiutato. Peccato, ci avrebbe fatto visitare Santa Teresa, un quartiere storico con una vecchia ferrovia poco sicuro da visitare in quanto confinante con una grande favela. Non bisogna pensare che le favelas si trovino solo ai margini della città; le favelas sono ovunque, anche in fondo alla strada. Colmano i buchi lasciati da un’urbanizzazione veloce e sregolata, sfumano i profili arzigogolati delle metropoli in case basse, con tetti irregolari, muri con mattoni a vista, cartoni e lamiere, catene colorate di panni stesi, aquiloni alti che fatichi a capire dove stia la manina che li comanda.

Non abbiamo mancato il Corcovado con il suo Cristo Redentor a braccia spiegate, capitandoci persino al tramonto (in realtà siamo arrivati praticamente di mattina ma una coda incredibile ci ha provvidenzialmente permesso di salire solo nel pomeriggio). Al Pão de açucar abbiamo invece dovuto rinunciare a causa del maltempo. Abbiamo recuperato quest’importante tappa da turista medio con una bella partita al Maracanà: Flamengo vs Atletico Mineiro. La mia prima volta allo stadio per una partita di calcio: mica male essere svezzati in Brasile, no?!

Dopo due intensi giorni di Rio ripartiamo, stavolta non per proseguire l’itinerario ma per voltare (tornare) a San Paolo. Ed è già saudade.

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4 Risposte to “Arretrati”

  1. dori Says:

    Aspettiamo altre novità! Un bacio Giugina!

  2. valeria Says:

    hei giuli…. solo ora ho aperto facebook, e quindi solo ora ho visto e saputo del tuo viaggio, e del tuo blog… l’ho letto tutto d’un fiato!
    anche se sono in ufficio (a rischio di essere cattata e cazziata!)
    …comunque io l’ho sempre saputo!

    sei UNA GRANDE!
    ciaooooooo

  3. paola Says:

    sono rimasta a bocca aperta: il racconto…lo stile….la stesura….
    nn t smentisci mai giugii!sei sensazionale!!!!!
    goditi questa esperienza (e avventura)e continua a raccontare!!!

    un bacio tvtb

    paolita + steve e isabel

  4. blogorroica Says:

    Ehi, grazie (Vale e Pa’)!!!Sarà che le cose che faccio trovano un senso solo quando le vedo scritte?!Mah…
    Bj-bjs!

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