I favobarbobohemienne

Arrivati a San Paolo abbiamo dovuto velocemente trovare la soluzione ad una certa questioncina: dove vivere per un mese. Fortunatamente Antonio e Valdira ci hanno aiutati con gentilezza sincera e disinteressata. Siamo andati da loro per recuperare il mio cellulare e ci hanno offerto un pranzo a base di coccodrillo alla griglia (nel piatto sembra pesce ma ha tutto il sapore della carne), poichè l’armadillo Valdira non l’aveva in casa. Che razza di sprovveduta.

Dopodichè ci hanno scarrozzato in giro per la città (della coppia è Valdira a guidare, peraltro al cardiopalma) a visionare le soluzioni abitative che Antonio aveva meticolosamente selezionato per noi nei due giorni precedenti. Tra una visita e l’altra anche l’indicazione su dove acquistare film d’autore pirata (mica action movies da quattro soldi!). Fondamentale.

Il fatto è che io lavoro a sud di San Paolo, nella zona più tranquilla e prestigiosa della città; il che equivale ad affitti stratosferici. Non stiamo parlando di un paese del varesotto: non puoi abitare lontano dal tuo luogo di lavoro, perchè se piove e butta proprio male, ci puoi mettere anche tre ore a spostarti di due quartieri più in là. Abitare in un flat (monolocale arredato affittato con formula mensile) in prossimità dell’Avenida Paulista sarebbe stato molto più conveniente (e gratificante, visto che quest’arteria è il cuore pulsante della città), ma si sarebbe tradotto in un suicidio quotidiano per me. Abbiamo quindi lavorato di fine strategia e trovato un flat atipico in un posto atipico: di fronte all’areoporto cittadino di Congonhas. La prima atipicità è che la suite non aveva l’angolo cottura e saremmo dovuti scendere ogni volta di tre piani (dal nono al sesto, dove stava una piccola cucina comune) se non ci fossimo procurati un fornelletto da campo. La seconda atipicità è dovuta al fatto che far atterrare e decollare gli aerei della Gol e della Tam nel giardino di casa non è esattamente la soluzione che tutti adotterebbero per un sano e quieto vivere.  Ma così fu che ci trasferimmo in quel losco ed insalubre posto.

All’inizio temevo il peggio, soprattutto per il Tato tutto solo a casa: un giorno sarei tornata e avrei scoperto i muri ricoperti di segni e croci, a segnare gli atterraggi e i decolli delle compagnie di bandiera, lui preso dal delirio di aver individuato una costante matematica che rivelasse la fine del mondo. Invece ce la siamo cavata. Abbiamo lavato i piatti nel lavandino del bagno, cucinato con un fornelletto di fortuna (dopo il decimo minuto di cottura raggiungeva il punto di fusione di qualsiasi materiale), convissuto con minuscole formichine laboriose, portato pazienza per le irrisorie pulizie settimanali del personale di servizio, osservato il misterioso andirivieni di body guards nella hall e quello allegro di trasvetiti di ogni fattura, sopportato il chiasso di rave party organizzati sopra le nostre teste ogni sabato, dormito nel profumato ricordo delle fritture. Aggiungi a tutto questo l’assenza del bidet ed ecco come ci siamo conciati: da favobarbobohemienne. Bohemienne perchè trovavamo qualcosa di romantico e sfrontato nel vivere a ridosso di un areoporto pur di passare un mese insieme, barboni perchè  gli argomenti precedenti mi sembrano sufficienti e  favo che deriva parimerito da favolosi e  favelados (da favelas: poveracci).

Un mese con cui stremeremo di racconti i nipotini. Un nido d’amore, un piccolo pasticcio rosa. Dopo tutto questo potremo vivere ovunque, anche nell’ex stalla senza mobili e riscaldamento di un vecchio casale.

Stavolta in Toscana, s’il vous plait!


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