Una domenica d’inverno brasiliano al mare

Ci avevamo provato la domenica prima ma avevamo desistito.  Il motivo principale della rinuncia: la scarsa volontà di guidare del Tato, dopo la scioccante esperienza di guida a Rio e San Paolo. Avevamo candidato a meta ideale una delle spiagge a qualche ora di macchina dalla città, una di quelle già lambite durante il nostro primo viaggio.  Il Tato mal dissimula il suo disaccordo ma io insisto e, avvallata dalla sorte (nel consultare il sito di noleggio Matteo inavvertitamente prenota l’auto per l’indomani), riesco a conquistarmi una domenica d’inverno brasiliano al mare. Durante la notte vengo però tormentata da un generale malessere e la mattina mandiamo tutto a monte. Il Tato e il suo macuba si sono autorestituiti il favore. Nel letto di morte mi viene però solennemente promesso il mare la domenica successiva.

E così eccoci di nuovo a Guaruja, stavolta raggiunta con l’autobus in poco più di un’ora: ci dicono non essere il massimo ma è vicina e, lo scopriamo all’arrivo, al bar del capolinea fanno il cappuccino più strano e più buono che abbia mai assaggiato. Arrivati con aspettative molto modeste dobbiamo ricrederci: noi che conosciamo il profilo spigoloso delle località balneari della Riviera non ci scandalizziamo di fronte alla fila di palazzoni che si affaccia sulla spiaggia. Anche quando, alle due del pomeriggio (non alle cinque, ripeto, alle due), l’ombra dei suddetti palazzoni arriva a coprire tutta la spiaggia, ci sforziamo di non scandalizzarci. Raccolti con metà della popolazione brasiliana sotto la non-ombra dell’edificio più basso, ci procuriamo due seggiole ed un ombrellone (tutto gratis, si paga solo ciò che si ordina da bere o da mangiare), compriamo i racchettoni e ci dedichiamo ad un po’ di sana attività fisica. Dopo ore di racchettate, io non ho stillato nemmeno una goccia di sudore, mentre il Tato pare un involtino primavera ben unto. La precisione nel restituire i colpi al mittente non è decisamene il mio forte. Ci vuole un integratore di sali, a questo punto: cosa meglio di un’abbondante frittura di pesce bagnata da due caipirinhas preparate ad arte?!

Con i nostri bicchieri di plastica osserviamo la gente intorno ed individuiamo tracce di ogni genoma umano: bambini di tutte le razza ed età, famiglie numerosissime con badanti di colore al seguito, gruppi di ragazzi tatuati, surfisti, runners, gli immancabili virtuosi del palleggio estremo,  il classico solitario intellettuale. Anche il mercato degli imprenditori da spiaggia è vario: gelatai, venditori di succhi, un venditore di zucchero filato preconfezionato infilato (il venditore, non lo zucchero) in un costume felpato di mickey mouse con trenta gradi all’ombra, friggitori di spiedini di formaggio con la griglia allestita sulla bicicletta, i nostri amici friggitori di pesce, i distributori di mais e mantega (burro), cinesi con parei e costumi.

Siamo tra gli ultimi ad abbandonare la spiaggia, cui l’imbrunire ha conferito toni surreali; quasi deserta, compatta e lucida, riflette un cielo rosato decorato di nuvolette magrittiane: perfette, paffute e regolari. Anche gli inopportuni palazzoni si specchiano nella fascia di confine tra terra e mare e solo così, deformati dalle linee ondulate  dell’ultima acqua sulla spiaggia, mi piace pensarli  un legittimo elemento di questa composizione. Una domenica d’inverno brasiliano al mare.

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