Fantozzi in Brasile

Decido, una mattina, di marinare il lavoro per fare quella spesa che rimando da due settimane; poichè si lavora per comprarsi il pane, mi sento pienamente legittimata a farlo. Vado dunque in quei del Comprabem, perchè il Carrefour (decisamente migliore sia a livello esperenziale che di fornitura) è un po’ lontano ed intendo prendermi una mattinata e non l’intera giornata per procacciarmi il cibo. In netto contrasto con la rinuncia al Carrefour per motivi di tempo, mi fermo mezz’ora circa in un negozio dell’usato e me ne esco con una borsettina a tracolla.

Entro nel supermarket con le migliori intenzioni: sto spendendo troppo (la borsetta prende a pulsare colpevole nella borsa più grande che la contiene) e devo fare economia sul cibo (Dio ci salvi dal rinunciare a vestiti ed accessori). Nonostante ciò mi lascio prendere la mano ed alla fine ho da portarmi via una decina di sacchetti pesantissimi, perchè in casa mancava tutto, dal dentifricio alla birra. Data la bassa estrazione di questo supermarket, all’esterno non c’è nemmeno l’ombra di un taxi e, guardando i miei polpastrelli diventare piccoli insaccati bluastri, realizzo che sarà ‘na traggedia.

A pochi passi dall’uscita mi sgattaiola fuori dalle borse una scatoletta di tonno; per raccoglierla devo chinarmi, abbandonare i sacchetti a terra e, mentre questi si afflosciano e tutto il contenuto prende a rotolare sul marciapiede e la borsa da passeggio mi scivola dalla spalla, recupero il tonno disobbediente e margino tutti gli altri tentativi di diserzione. Ricomposta, con i primi capelli che si appiccicano alla nuca, riprendo il cammino.

Dopo trecento metri mi piombano sulle dita dei piedi tre lattine di birra. Di nuovo mi fermo, abbandono le zavorre a terra, recupero le latte, mi bagno con una di queste che si è forata e accetto l’aiuto di una commessa che mi offre una sacola (sacchetto) nova. Mi rimetto in viaggio; il Comprebem che prima sembrava così vicino rispetto al Carrefour mi pare ora dall’altra parte della città. Probabilmente il valore della mia velocità di crociera è un numero negativo.

Dopo altre poche centinaia di metri inciampo in una mia bottiglia d’acqua. Comincio seriamente a valutare la possibilità di piangere, ma non posso, di fronte a un brav’uomo che mi soccorre regalandomi il secondo sacchetto di rinforzo.

Alla fine arrivo a casa e penso pure di essere un poco fortunata quando l’omino delle pulizie termina di limpare l’ascensore e me lo offre, profumato e pronto al piano terra, tenendomi la porta spalancata. Maledetto voltagabbana!: l’elevador non fa in tempo a raggiungere il settimo piano (ed io ad inchinarmi per impugnare le mille maniglie di plastica) che lui lo richiama in basso. Presa dal panico allungo una mano per intercettare il sensore; anzi, lo raggiungo prima con un sacchetto (ormai mia appendice naturalizzata), ma la porta dell’ascensore non muta programma e si chiude stritolando il mio povero aiutante. La pressione rivela chi, dietro il velo di poliuretano bianco, sta davvero combattendo questa battaglia: due confezioni di Activia alla prugna (la prugna é per assicurarmi che funzionino…). Spaventata dall’eventualità  di rimanere bloccata in questa cabina sospesa o di provocarne un guasto irrimediabile, elaboro velocemente e decido di pigiare  di nuovo il bottone del settimo piano. Inquadro l’obiettivo e vi scaglio contro la mano libera e sudaticcia; atterro sulla placca di metallo con l’intero palmo, per cui concentro l’intenzione motoria sul dito indice, allontano di poco la mano e ripeto il lancio; ecco il tasto infossarsi e splash! Lo yogurt capitola sotto il torchio della porta metallica e mi esplode in faccia.Il bottone si è illuminato, la porta si apre. Sparisco velocemente dal pianerottolo e reinoltro l’infernale bussola viaggiante al mittente. L’omino delle pulizie ora ha un Pollock di yogurt alla prugna da rimuovere dall’ascensore.

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