CLUB NOIR, rua Augusta 331

Poichè il portoghese è la mia lingua madre, ho pensato bene di assistere a teatro ad un pezzo di Kafka. Ed ho sul serio pensato bene! Al di là di qualche ovvia falla nella mia comprensione del testo, l’esperienza si è rivelata davvero emozionante. Il teatro dove abbiamo assistito alla rappresentazione era minuscolo: nessun palco e tre lunghe gradinate sulle quali erano disposte non più di trentasei sedie. Gli attori li hai di fronte, le luci di scena coinvolgono anche te.

Nonostante la presenza di due personaggi, il pezzo è sostanzialmente un monologo in cui un uomo parla ad un’ipotetica aula accademica del suo processo di trasformazione da macaco a essere umano. Le questioni messe a fuoco da quest’allegoria sono molte e profonde: la distanza tra insegnante (mittente) e studenti (riceventi), la relatività del concetto di progresso, la libertà, la natura dell’uomo, il rapporto uomo-natura…Interessanti dunque i contenuti e altrettanto sorprendente la forma: in uno spazio così angusto, nient’altro che l’attore, il pubblico, una pipa, un  trofeo di caccia al muro, una sentinella muta, una corda a separare lo spazio della rappresentazione dai posti a sedere; prevalenza del buio e luci minime ma sapienti, in grado di tracciare sul volto dell’attore i lineamenti del primate; nessun, letterale, scimmiottamento delle fatture animalesche. Lodevole l’interpretazione dell’attrice, tanto brava che tutti ci siamo resi conto del suo sesso solo grazie alla voce naturale esibita ai commiati.

Era molto tempo che non andavo a teatro e questa serata ha riacceso una piccola scintilla di affetto e nostalgia verso questo tipo di rappresentazioni intime e sincere. Poi la serata è proseguita in rua Augusta (dove si trovava il teatro), la zona più alternativa e squinternata di San Paolo. Mentre le ore si facevano piccole, il numero delle persone, degli sterei a palla, delle prostitute avvolte in lurex e lattice si faceva sempre maggiore.

Un movimento continuo, uno scambio senza sosta, in una di quelle città che non dormono mai.

kafka

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