Archive for novembre 2009

Caju

novembre 27, 2009

Altro frutto mai avvistato sui nostri banchi europei: il caju. La cosa curiosa di questo frutto é l’essere composto da due parti: il frutto propriamente detto e il suo peduncolo floreale o parafrutto. Con il nome caju si indica, nell’uso comune, il parafrutto, cioé la parte succosa che va dal giallo alle differenti sfumature del rosso. Personalmente non mi piace: se é un poco acerbo é immangiabile e anche maturo ha un retrogusto di…legno; c’é gente che ne va ovviamente pazza. La castanha di caju é, dal punto di vista botanico, il frutto vero e proprio. Si tratta di un frutto secco, oleosissimo, che si mangia tostato e salato, oppure caramellato. Come tutta la frutta secca in generale ha la mia benedizione ma anche una quantitá assurda di calorie. Danone le ha dedicato un’edizione speciale dell’Activia. Se solo lo sapesse la Marcuzzi…

caju_parafrutto

São Paulo centro

novembre 26, 2009

Se in una cittá grande come questa, ti ostini a recarti nello stesso posto e snobbi altri luoghi che meriterebbero una visita tanto quanto/anche piú del suddetto, significa che te ne sei innamorata? Se si, la natura di questo posto dice molto di me e dei miei gusti. Ancora non ho visitato la pinacoteca o il Masp ma passo i sabato in centro. E non é il “centro” che intendete voi. Praticamente é un mercato a cielo aperto, denso di colori, odori e, soprattutto, di persone. Merce ed oggettistica di ogni genere ai prezzi piú bassi che in ogni altra parte di San Paolo. Frutta e fritture, ladri e polizia, bambini e vecchi, vagabondi e massaie, falsari e contrabbandieri, le opere piú antiche della cittá e la nuova invasione cinese, musica e…mai il silenzio.

I love it.

Mercado municipal

Il tipico sandwich multistrato di mortadella del Mercado Municipal. Si, l’ho mangiato. E poi ho anche il coraggio di domandarmi come sia potuta ingrassare…

sampa_caetano veloso

Il famoso incrocio tra Av. Ipiranga e Av. São João cantato da Caetano Veloso nella sua celebre Sampa.

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Street life

novembre 24, 2009

Con la galera (credo sia un equivalente di “compagnia”) abbiamo assistito ad un evento che mi ha permesso di fare toccata e fuga in quella che é una dimensione fondamentale del Brasile: lo street style.

L’evento é una mostra di stickers cui chiunque puó partecipare con le proprie creazioni;  si tratta di un appuntamento annuale promosso da Eastpak che quest’anno coinvolge un negozio di abbigliamento. Prima di raggiungere il cuore dell’evento facciamo una capatina alla Galleria Ouro Fino in Rua Augusta, uno shopping center alternativo costellato di tatoo studios, brechós (negozi dell’usato) stilosi e molte altre attrattive non convenzionali (ci sono altri centri commerciali targetizzati a San Paolo, come questo). Qui vengo introdotta a soggetti di un certo calibro, tanto pazzi quanto adorabili: il tizio che, su richiesta, sfila dallo zaino un vestito da uomo ragno e si appende alla qualsiasi, oppure il tatuatore che poi ci ripescherá per strada e ci dará un passaggio sulla sua Brasilia devastata.

Pensando che la mostra si tenesse, come d’abitudine, nello spazio Eastpak, facciamo un salto anche lí e scopro uno showroom molto interessante. Writers o artisti ricevono la commissione per zaini personalizzati ed eseguono il lavoro dal vivo. Attraversando il negozio si raggiunge un patio interno dedicato ad iniziative di vario genere o semplicemente alla socializzazione. Mi informo su Eastpak e scopro che solo in Italia la sua identitá é debole; ovunque esso é brand icona nel fashion street style e promuove festival, contests, manifestazioni. A Milano, solo recentemente, ha aperto uno show room “basato su un format internazionale”,  non farina del nostro sacco, quindi. Ció che mi colpisce dello store paulista é la convergenza di istanze che da noi sono trend da rincorrere e che qui, invece, sono attitudini del tutto naturali; mi riferisco al rock-glam style, all’aggregazione tribale, alla customization, alla retail experience. Nel Pão de Açucar (l’equivalente del nostro Esselunga) vicino allo studio, nel reparto carne, talvolta si trova un barbecue improvvisato su cui grigliano spiedini omaggio. Esiste anche il churrasco da strada. Ogni supermarket ha uno spazio ristorazione interno; se il punto vendita é specializzato in frutta e ortaggi potete scommettere che esista un corner dove gustare vitaminas (frullati). Definirlo “mix” o “experience” é roba da fighetti europei, qui si mischia tutto, sempre.

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caipirinha

novembre 23, 2009

Strano che ancora non avessi parlato della cosí spesso citata caipirinha! Questo drink fa parte della categoria dei pestati, perché é preparato spremendo con un pestello di legno frutta e zucchero di canna, cui si aggiungono ghiaccio a pezzetti (non tritato!) e alcool. L’alcolico originale é la cachaça, chiamata anche pinga, prodotta dalla distillazione del succo di canna e quindi assolutamente brasileira; tuttavia é molto diffusa anche la versione con vodka, che fa della caipirinha una caipiroska. Altra variante alcolica é l’uso del sake, dal gusto meno marcato, che rende il cocktail piú piacevole di quanto giá non lo sia (e quindi anche subdolamente piú pericoloso…). Per preparare la caipirinha,  si usa qualsiasi tipo di frutta, purché ricca di succo (ecco perché bisogna sempre specificarne il gusto al momento dell’ordine). A mio parere, tra le migliori: abacaxi (ananas) con una goccia di limone, morango (fragola) e l’intramontabile limone.

caipirinha

A volte ritornano e vanno in Bahia!

novembre 21, 2009

Il Tato è tornato da me! 10 giorni di nuovo in Brasile e, manco a dirlo, 10 giorni stupendi che certo ora pagherò con una dose di malinconia direttamente proporzionale.

Prima sera a San Paolo, giovedì: rodizio giapponese in Itaim Bibi (perchè diavolo non lo importano anche in Italia?).
Seconda sera a San Paolo, venerdì: puntatina in una escola de samba. Qui la gente si prepara al carnevale, definendo costumi, coreografie e musiche. A differenza del carnevale nordestino, dove ciascun quartiere si propone con il proprio carro, a San Paolo esistono queste officine gigantesche nelle quali chiunque può imparare ed esercitarsi. Esse hanno anche una funzione sociale, prelevando dalla strada molti ragazzini ed affidando loro un compito da portare avanti tutto l’anno. L’escola cui Leandro e Lidia ci portano è chiamata Rosa de Ouro e sin da quando iniziano i primi tamburi (che un centinaio di persone non cesserà di suonare per ben tre ore) è festa grande. Il Tato lo perdiamo di vista per un buon quarto di serata, trascinato, come gatto Silvestro dalla scia di profumo di cibo, dal sedere sodo e ipnotico di certe mulatte che…non ve le racconto, donne, perchè finireste per sentirvi (come me, d’altronde) degli esemplari difettosi.
Sabato riposo (post sbronza) e poi cena indiana con Antonio e Valdira. Valdira al volante taglia deliberatamente la strada ad un tizio che le suona il clacson e la supera; Valdira, offesa, lo insegue insultandolo, suonando e tentando affiancamenti azzardati. Ringraziamo tutti il cielo per non esserci imbattuti in un soggetto armato.

Domenica: prendiamo il volo per Salvador de Bahia. A Salvador alloggiamo in un meraviglioso bilocale dell’hotel riservatoci (a un prezzo di assoluto favore) da un amico del Tato che vive e lavora in questa città. La sera usciamo con lui e la sua splendida ragazza brasiliana e giriamo per locali ballando samba e reggae; solo grazie all’abilità del Tato che ha la musica no sangre, riusciamo a non sfigurare fra tanti brasiliani.
Il giorno seguente visitiamo il Pelourinho, la parte alta e antica della città, destreggiandoci tra le insistenze dei venditori ambulanti di qualsiasi genere e mercanzia. Concludiamo la giornata alla chiesa di Bonfim, dove un vecchietto di colore ci delizia con racconti su santi e Orixà, mischiando vivacemente cattolicesimo, Cadomblè e superstizione . Da lui compriamo, letteralmente,  una figa di legno e vari amuleti (Ndr: la figa è una mano a pugno chiuso col pollice infilato tra indice e medio, ricorda la mano del Signore crocefisso ed è un simbolo di buona sorte). La sera ci facciamo portare ad assistere ad un rito di Cadomblè che, per quanto inficiato dai caratteri di uno spettacolo per turisti, completa la nostra conoscenza della storia di questa religione africana, portata in Brasile dagli schiavi neri. A tratti repressi o ignorati, i riti africani si sono sviluppati in modo sotterraneo, imparentandosi con quelli cattolici al fine di passare inosservati; il risultato è un sincretismo diffuso e spesso nemmeno cosciente, che associa ai santi cristiani qualità degli Orixà africani e che intride tutto di un affascinante esoterismo.

Martedì ci imbarchiamo in direzione Morro de Sao Paulo, prominenza  dell’isola di Tinhare (la maggiore della Baia de Todos os Santos). Cerchiamo una pousada nella quale alloggiare e commettiamo l’errore di sentirci in buone mani quando incontriamo un albergatore italiano; avremmo potuto avere di più e a meno e per questo, sistemate le cose, ci dedichiamo alla ricerca di una nuova pousada per il giorno seguente. Passiamo il pomeriggio in quarta spiaggia (il morro ha infatti quattro spiagge dai nomi impronunciabili: primeira praia, segunda praia, terzeira praia e quarta praia; davvero difficili…) e ceniamo in segunda con una discreta moqueca. Taccio, per non tediare, le numerose caipirinhas prese con qualsiasi pretesto: aperitivo, drink per la cena, drink per chiudere la serata…
Il giorno dopo cambiamo residenza inventandoci scuse improbabili con l’italiano ed evitando, con una premura inutile e ridicola, di passare davanti alla vecchia pousada. Si noti che il morro ha una sola strada, sulla quale si affacciano praticamente tutte le pousadas; della serie rilassarsi mai…La mattina ci imbarchiamo, con due coppie argentine, due ragazze israeliane ed un brasiliano, per un’escursione tra isole, spiagge deserte, piscine naturali e bagni di argilla ringiovanenti (?). La sera ci arrampinchiamo per ore sul morro per raggiungere una fantomatica festa cui arriviamo stanchi ed assetati (ma per questo c’è la caipirinha!). Il giovedì il tempo non è dalla nostra ma ci regala comunque un tramonto splendido che celebriamo da una terrazza attrezzata di cuscini, stuoie, musica dal vivo e candele. La abbandoneremo solo per l’ennesima moqueca.
Che dire, il morro è davvero stupendo. Può essere tremendamente turistico e altrettanto deserto se solo ci si sposta di poco. Con questo non voglio incrementare un passaparola che è evidentemente già molto attivo in Italia, visto che sull’isola la quantità d’italiani è davvero esagerata, tanto da infastidire. Ad ogni modo, avendo più tempo a disposizione, avremmo optato per qualche pernottamento a Boipeba, un’isola di pescatori  spoglia e silenziosa; secondo me la dimensione migliore per godersi certi paradisi tropicali.

Il venerdì siamo già di ritorno. Impastigliati come si deve per non subire il mal di mare, cadiamo in uno stato di catalessi che ci coglie di sorpresa: io riesco a  dormire consecutivamente per due ore e mezza di navigazione con mare mosso; seppur al coperto, ad ogni ondata mi arriva in faccia uno spruzzo d’acqua ed io mi limito a sbiascicare uno “hmmm” asciugandomi il viso per poi…riprendere a dormire! Sull’aereo sono le hostess a strattonarci e a buttarci fuori. In taxi riapriamo gli occhi solo davanti al cancello di casa. Se avete problemi d’insonnia chiedete a me: ho io il prodotto che fa a caso vostro.

morro de sao paulo

morro de sao paulo

morro de sao paulo

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Daslu Sao Paulo

novembre 12, 2009

Navigando su YOOX mi sono imbattuta in un paio di jeans marca DASLU SAO PAULO. In un primo momento mi sono stupita esistesse una linea di abbigliamento Daslu, in un secondo ho realizzato che Daslu puó tutto.

Daslu é un centro commerciale. Questa definizione evoca, in noi italiani, l’immagine di un agglomerato di punti vendita piú o meno grande, all’interno del quale si trova di norma anche un ipermercato. Niente di piú lontano dal Daslu. Collocato in un’area periferica della cittá, questo non-luogo di consumo, si raggiunge quantomeno in auto. Non ci si arriva coi mezzi né a piedi né in bicicletta. Sul tipo di auto c’é selezione all’ingresso. Con il taxi forse, perché sarebbe meglio un auto di lusso con autista. Si fa buona figura con l’elicottero, quello non sfigura mai. A pensarci bene anche la definizione (non)luogo di consumo risulta un poco massificante. Il Daslu si colloca ad un livello di lusso che trascende il concetto di consumo. Accedere al Daslu é come possedere un pass per l’Olimpo.

Si varca la soglia e si é immediatamente nello shop Louis Vuitton. Come paragonare Louis Vuitton allo zerbino con la scritta “welcome”. Il percorso all’interno dell’Eldorado della moda, poi, non é segmentato ma fluido: come non esiste una decompressione all’entrata, cosí non ve ne é alcuna tra un negozio e l’altro e si procede senza soluzione di continuitá da un Gucci ad uno Chanel. Matteo c’é stato, ma non ha fatto foto perché, decisamente, non si tratta di un luogo per turisti: é una certezza che, se non viene assorbita all’entrata, non puó essere evitata quando si vede un elicottero (vero) ricoperto di lana scendere dal soffitto della zona centrale. Alla fine Matteo ha anche avuto il colpo di testa: un acquisto.  La fantasmagorica compilation lounge Daslu é ora nelle nostre mani. L’unica cosa che, da comuni mortali con un pass per l’Olimpo provvisorio, ci si possa permettere lá dentro.

Daslu Sao Paulo

Pinha

novembre 11, 2009

Lo chiamano pinha, per l’evidente somiglianza con ciò che anche noi conosciamo come “pigna”. Questo frutto è sorprendentemente dolce. Pensate alla consistenza del fico ma dimenticatene la polpa un po’ fibrosa: immaginate che sia tanto zuccherina da sentirla sabbiosa, quasi percepiste lo zucchero in granellini. Infine osservate il contrasto tra la polpa bianchissima e i semi nerissimi e levigati. Tres chic!

pinha intera

pinha aberta

Appendere la borsa al chiodo

novembre 11, 2009

Abbandonare la borsa a terra, qui, é un delitto. Camerieri e gestori evitano in qualsiasi modo che tu lo faccia. Anche con il locale pieno, riescono a procurarti una sedia da riservare a borse, giacche e appendici varie. Penso a quante volte, in Italia, mi sono trovata appiccicata al bancone lamentando l’assenza di un piccolo gancio al quale appendere la borsa. In Minas, la rivelazione: in un ristorante arabo mi portano un minuscolo tripode da tavolo che volto e rivolto finché non scopro essere un gancio. Stefania mi dice che si compra tranquillamente ovunque. Non trovo il modello con i tre tentacoli ma riesco a procurarmene uno piú snello e portable che ora sta sempre in borsa. Comodissimo.

gancio_appendi borsa

gancio_appendi borsa

Brazil blackin’ out

novembre 11, 2009

Ad un certo punto la radio e la luce del salotto hanno cominciato a funzionare a tratti. Buio, luce, buio, luce fioca…musica, interferenze, musica deformata, rumore a tratti, silenzio. Penso ad un black out come a un mega “PUFF” seguito dal nulla, non a un lento decrescere di energia. Di fronte alla bizzarra fenomenologia del black out brasiliano ho pensato, nell’ordine: ad una apparizione satanica, al terremoto, al 2012 Maya anticipato ed, infine, al black out.
Ero sola a casa ma dopo aver appurato che le opzioni 1, 2 e 3 non erano probabili, mi sono rilassata ed ho assistito allo spettacolo di una cittá come San Paolo divorata dalle tenebre. Certo, ci sono i soliti privilegiati con il generatore privato, ma il profilo di questa megalapoli sempre viva, d’un tratto, s’é modificato. Debole e spenta, pareva piú umana, piú vicina e, complice la luce delle candele, anche piú romantica…

Melissa shoes

novembre 8, 2009

Avete presente le ballerine lanciate da Kartell? Quelle in monofusione di gomma…ebbene, da anni in Brasile esiste Melissa, un brand nazionale che produce scarpe la cui caratteristica è proprio quella di essere interamente di gomma. Se ne vedono in giro a migliaia e, sebbene il costo di un paio di ballerine Melissa sia piuttosto contenuto (circa 50 R$), sono quasi tutte imitazioni. I modelli sono spesso co-brandizzati. Quelle che il Tato mi ha regalato nascono dall’alleanza Melissa – Vivienne Westwood ed io le adoro! Fa effetto vedere scarpe col tacco in monufusione o brogues completamente in gomma. Il materiale emana un profumo dolcissimo e persistente, il problema è il piede all’interno in un contesto tropicale…
Scopro ora dal sito che probabilmente le commercializzano anche in Italia.

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Auditorium e Parque Ibirapuera

novembre 8, 2009

Un angolo davvero incantevole di San Paolo è il Parque Ibirapuera. Un angolo di quelli ampi, s’intende. Si tratta di un parco gigantesco, all’interno del quale si può fare di tutto. Si può entrare in macchina, correre, noleggiare bici, andare di skateboard o di break dance, esercitarsi nell’arte circense o organizzare un torneo gay di pallavolo. Il parco è attrezzato di tutto per il fitness, i concerti, la ristorazione. Sono certa non manchi nemmeno un florido commercio di  maconha (marijuana), come per qualsiasi parco che si rispetti.

Leandro e Lidia mi hanno invitata ad assistere ad un concerto all’interno del parco. Se ne tengono sempre diversi e gratuiti nel fine settimana; questo tuttavia è un concerto per il quale bisognerebbe pagare il biglietto (ma noi, grazie a Lidia, riusciamo a spacciarci per dei vips) e che si tiene nel famoso auditorium progettato da Niemeyer. Che si ami o meno Niemeyer, il suo Auditorium è davvero speciale: di una bellezza moderna, pulita, plasticamente sensuale, come le labbra rosse laccate di  una geisha. Al suo interno una scultura rossa di grandi proporzioni di Tomie Ohtake. In linea con i volumi e le linee esterne.

Il concerto è stato interessante, probabilmente perchè mi sono preparata al peggio: quando si parla di musica contemporanea sperimentale c’è sempre da sgranare occhi e orecchie. Questo tipo di situazioni ti mettono alla prova  come i film di Takeshi Kitano: sai benissimo di assistere ad un spettacolo di un certo livello ma, in cuor tuo, vorresti martellarti l’inmartellabile; quando ci si accomiata devi sorbire e pronunciare frasi che googlerai solo una volta  a casa, giusto per capire di che diavolo si stesse (e tu stessa stessi) parlando. Finisci anche con l’autocensurare espressioni corporee tipo sospiri, rotazione delle pupille, ticchettio delle dita sul poggiabraccio della poltrona, perchè, accanto a te, siede l’immancabile tizio in carne, con l’occhiale dalla montatura nera e rotonda, il papillon e la sciarpina a quadri  lasciata cadere sulle spalle, che odora di sigaro appena spento; il classico tizio che ne sa.

Ho gradito particolarmente l’esibizione di un gruppo che conoscevo già, perchè consigliatomi da Leandro: gli Axial. Il tastierista e arrangiatore del gruppo è un suo professore in università; tra l’altro dotato di una presenza scenica di tutto rispetto. Son cose che non ti aspetti da un professore. Certamente non da un professore italiano!

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Riserva della Jureia

novembre 2, 2009

In compagnia di Antonio e Valdira e il loro nipotino Lucas (ah, dimenticavo Chiara e Fedra, i cani di casa), bella escursione sul Litoral Sul di San Paolo. Destinazione: Riserva della Jureia. Due possibili percorsi all’interno della riserva: uno lungo le spiagge ed uno attraverso la foresta alla scoperta di cascate e piscine naturali. Dentro di me un coro di folletti ignoranti: “spiaggia, spiaggia!”, fuori Antonio, con la sua naturale avversione per la spiaggia e per il sole. Dato che già è riuscito ad accaparrarsi il favore delle condizioni metereologiche (nuvoloso e piovisco), anch’io capitolo e scegliamo il cammino numero due.

All’interno della Riserva nessuno possiede nulla, solo il diritto di abitarvi, non c’è proprietà privata. Così mi spiega Valdira che pare avere un legame speciale con questi luoghi e sussulta ogni volta che vede un cartello con la scritta “in vendita”. Solo che poi ha costellato il viaggio di ritorno di soste per bracconare fiori, frutta e canna da zucchero. Ma lei è così…genuinamente brasiliana! Avevamo anche in auto una colonia di granchi comprati vivi al mercato la mattina e lasciati crudelmente morire nel bagagliaio tutto il giorno.

Grazie all’occhio allenato di Valdira (che sembra essere cresciuta nella foresta) siamo riusciti a vedere tucani, scoiattoli e macachi. Troppo veloci e lontani per essere fotografati. O io troppo lenta per immortalarli. Abbiamo anche avuto l’onore di incrociare il falso corallo, un serpente del tutto uguale a quello mortale africano se non per le dimensioni maggiori e l’assenza di veleno letale. Lucas si è immerso avunque ci fosse dell’acqua, nonostante facesse obiettivamente un freddo becco. Dev’essere questa la differenza tra nonni brasiliani e nonni italiani: gli ultimi ti cazziano solo se esprimi il desiderio di infilare una mano nell’acqua gelida, i primi ti sfidano a fare il bagno senza prendere la polmonite. E Lucas è un ragazzino molto coraggioso. Brasiliano a sua volta.

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Il compleanno

novembre 2, 2009

Ce l’ho fatta, sono riuscita a vedere il mio film italiano e sono tornata in pace col mondo. Ho costretto Helen ad accompagnarmi in una sorta di appuntamento al buio col cinema ma alla fine anche lei ha apprezzato. Il film è “Il compleanno”, di Marco Filiberti, presentato allo scorso Festival di Venezia. Non so cosa ne pensi la critica ma a me è piaciuto tantissimo. Tra gli attori Alessandro Gassman ed uno straordinario Massimo Poggio. A presentare il film la produttrice e Thyago Alvez, modello brasiliano “tornato dall’Italia come attore”.Avendo girato un film può a tutti gli effetti definirsi tale, anche se a  recitare sono stati più che altro il suo bianchissimo sorriso ed i muscoli disegnati; il momento di massima interpretazione è stato infatti la scena di masturbazione con la Golgi a pieno volume nella sua celeberrima “che fretta c’era”. Eppure il suo ruolo nel film è fondamentale. I genitori di Thyago (Gassman e compagna) passano l’estate a Sabaudia con una coppia di amici (Poggio e moglie). Due coppie antitetiche ma, ciascuna a suo modo, solide: la prima passionale, più  spesso separata che unita, la seconda più posata, con un Poggio psicanalista intellettuale ed introverso. David (Thyago) li raggiunge al mare e si rivela l’elemento destabilizzante. I genitori, col pretesto dell’educazione del figlio, rispolverano antiche frustrazioni e l’altra coppia si lacera sotto l’influenza dell’improvvisa irrequietezza dello psicanalista, irrimediabilmente attratto dal ragazzo.

Il film incomincia a teatro, con il Tristano e Isotta di Wagner. Una prolessi allegorica, come anche la sopraccitata Golgi (se anche fa un po’ ridere pensare alla Golgi in questi termini…). In effetti l’intera struttura del film è quella del dramma lirico, sia a livello narrativo che scenico, un’intenzione che, però, si rivela pian piano e giustifica alcune scelte che, di primo acchito, lasciano un poco sorpresi. Il mare, per esempio, soggetto principale della fotografia, ritratto sbiadito come le foto delle vacanze al mare degli anni settanta o lenzuolo di scena attraversato dall’immancabile fascio di luce lunare; David, con le sue pose da verginella in attesa del raptus e le sue epiche uscite dai flutti. Con un climax sia narrativo che rappresentativo (i modi teatrali si amplificano) la vicenda volge alla tragedia: il giorno del suo compleanno David viene deflorato da Poggio e la moglie di quest’ultimo, dopo averli scoperti in flagrante, viene investita e muore. Meravigliosa, tra l’altro, la scena in cui lei sale le scale di questa casetta così tipicamente italiana e, ripresa di spalle mentre ha tra le mani una torta, pare la donna della Voiello. Personaggio e stereotipo, cinema, teatro e Italia.  Nessuna catarsi a seguire.

I piani di riflessione sono davvero tanti. Si può pensare ad un film gay ma lo trovo riduttivo (l’amplesso tra due uomini finisce con l’essere una tragedia dello stesso livello della morte della donna, probabilmente con un rapporto etero non si sarebbe creata la stessa tensione), più interessante l’avvicendarsi tra il livello  intimo ed esplorativo che individua zone d’ombra in ciascuno dei personaggi e quello teatrale che le sventola in faccia allo spettatore. Due altri personaggi densi di segnificato: il bizzarro zio di David (la storia lascia intuire che abbia ucciso la compagna depressa- livello intimo)  fa visita al mare e percepisce la tensione che si  trasforma in organismo vivo; con un vano gesto (propone a David di seguirlo in Sicilia) tenta di evitare l’inevitabile (ruolo di scena); la paziente dello psicanalista che non sopporta la figlia ma si scopre amare un figlio ritardato di cui tace l’esistenza, “sono un mostro, Dottore, sono un mostro?”.

Una nobilitazione del melodramma italiano. Dovrei davvero rivederlo. Dovreste davvero vederlo.

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