Il compleanno

Ce l’ho fatta, sono riuscita a vedere il mio film italiano e sono tornata in pace col mondo. Ho costretto Helen ad accompagnarmi in una sorta di appuntamento al buio col cinema ma alla fine anche lei ha apprezzato. Il film è “Il compleanno”, di Marco Filiberti, presentato allo scorso Festival di Venezia. Non so cosa ne pensi la critica ma a me è piaciuto tantissimo. Tra gli attori Alessandro Gassman ed uno straordinario Massimo Poggio. A presentare il film la produttrice e Thyago Alvez, modello brasiliano “tornato dall’Italia come attore”.Avendo girato un film può a tutti gli effetti definirsi tale, anche se a  recitare sono stati più che altro il suo bianchissimo sorriso ed i muscoli disegnati; il momento di massima interpretazione è stato infatti la scena di masturbazione con la Golgi a pieno volume nella sua celeberrima “che fretta c’era”. Eppure il suo ruolo nel film è fondamentale. I genitori di Thyago (Gassman e compagna) passano l’estate a Sabaudia con una coppia di amici (Poggio e moglie). Due coppie antitetiche ma, ciascuna a suo modo, solide: la prima passionale, più  spesso separata che unita, la seconda più posata, con un Poggio psicanalista intellettuale ed introverso. David (Thyago) li raggiunge al mare e si rivela l’elemento destabilizzante. I genitori, col pretesto dell’educazione del figlio, rispolverano antiche frustrazioni e l’altra coppia si lacera sotto l’influenza dell’improvvisa irrequietezza dello psicanalista, irrimediabilmente attratto dal ragazzo.

Il film incomincia a teatro, con il Tristano e Isotta di Wagner. Una prolessi allegorica, come anche la sopraccitata Golgi (se anche fa un po’ ridere pensare alla Golgi in questi termini…). In effetti l’intera struttura del film è quella del dramma lirico, sia a livello narrativo che scenico, un’intenzione che, però, si rivela pian piano e giustifica alcune scelte che, di primo acchito, lasciano un poco sorpresi. Il mare, per esempio, soggetto principale della fotografia, ritratto sbiadito come le foto delle vacanze al mare degli anni settanta o lenzuolo di scena attraversato dall’immancabile fascio di luce lunare; David, con le sue pose da verginella in attesa del raptus e le sue epiche uscite dai flutti. Con un climax sia narrativo che rappresentativo (i modi teatrali si amplificano) la vicenda volge alla tragedia: il giorno del suo compleanno David viene deflorato da Poggio e la moglie di quest’ultimo, dopo averli scoperti in flagrante, viene investita e muore. Meravigliosa, tra l’altro, la scena in cui lei sale le scale di questa casetta così tipicamente italiana e, ripresa di spalle mentre ha tra le mani una torta, pare la donna della Voiello. Personaggio e stereotipo, cinema, teatro e Italia.  Nessuna catarsi a seguire.

I piani di riflessione sono davvero tanti. Si può pensare ad un film gay ma lo trovo riduttivo (l’amplesso tra due uomini finisce con l’essere una tragedia dello stesso livello della morte della donna, probabilmente con un rapporto etero non si sarebbe creata la stessa tensione), più interessante l’avvicendarsi tra il livello  intimo ed esplorativo che individua zone d’ombra in ciascuno dei personaggi e quello teatrale che le sventola in faccia allo spettatore. Due altri personaggi densi di segnificato: il bizzarro zio di David (la storia lascia intuire che abbia ucciso la compagna depressa- livello intimo)  fa visita al mare e percepisce la tensione che si  trasforma in organismo vivo; con un vano gesto (propone a David di seguirlo in Sicilia) tenta di evitare l’inevitabile (ruolo di scena); la paziente dello psicanalista che non sopporta la figlia ma si scopre amare un figlio ritardato di cui tace l’esistenza, “sono un mostro, Dottore, sono un mostro?”.

Una nobilitazione del melodramma italiano. Dovrei davvero rivederlo. Dovreste davvero vederlo.

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