Archive for the ‘Brasile’ Category

midiadesigners.com.br

dicembre 8, 2009

Ho appena aggiornato lo stato su FB: da giorni è partito il countdown e siamo a -13. Tra tredici giorni sarò di nuovo in Italia. Il desiderio di riabbracciare il Tato e le  persone care che mi aspettano è fortissimo. Certamente esso è nuovo, come lo è il ricordo che corre ai miei luoghi italiani, i luoghi della vita di sempre, che in questi sei mesi si è trasformato in uno sguardo; uno sguardo guarda mentre un ricordo ricorda. Si è svegliata in me una piccola forza disposta ad essere ancora curiosa e fresca rispetto ad una vita che, stavolta, non butto ma ricomincio.

Mentre qui in Brasile lo sguardo si fa già ricordo ed allora ecco una sintetica retrospettiva di quello che succedeva in studio, molto più frequentemente di quanto possiate pensare…

babilonia

Se pensavate di andare a casa presto la sera (che ne so, per fare la lavatrice, ad esempio) e sulla lavagna trovate scritto “Babilonia”: no way, o la lavatrice l’avete preimpostata o il bucato dovrà aspettare. Due giorni almeno.

serial killer

Nonostante i numerosi omicidi seriali, il colpevole non è ancora stato individuato. Ogni volta che un impiegato risulta vittima delle manie omicide dello sconosciuto, l’indomani è rimpiazzato dall’ennesimo creativo svalvolato. Ecco che i sospetti si concentrano sulla dirigenza.

mousse al cioccolato

Dulcis in fundo: la mousse di cioccolato che qualche folletto notturno mi fa trovare accanto al mouse ogni mattina. Qui la chiamano Coco (cocò). Très chic.


Os gemeos, Christian Lacroix, Marcel Gautherot, multimedia e scultura. Grandi offerte!

dicembre 4, 2009

Domenica impegnativa la scorsa. Tempo fa l’avrei definita piena ed interessante; ora che l’entusiasmo é un po’ calato e la nostalgia di casa (non delle mie quattro mura che, anzi, cercheró di evitare come la peste) si é accomodata pesantemente sulle mie palpebre, a trascinarmi in giro per la cittá é il senso del dovere del turista, basato sull’assunto fondamentale che non é detto che la vita ti riporti qui una seconda volta. Inizio con un giro in Higienopolis, per l’esposizione Vertigem dei Gemeos. Due fratelli graffitari che hanno sposato la medesima poetica e realizzano opere impressionanti. Colore dominante il giallo, repertorio visivo di riferimento il nordest brasiliano in dimensione onirica e tanto manierismo: textures accuratissime, applicazioni minuziose…Nello stesso museo é ospitata anche una retrospettiva sul lavoro dello stilista Christian Lacroix: schizzi e figurini voluttuosi e teatrali.

Poi scopro, nella via parallela, la mostra fotografica del fotografo francese (brasiliano d’adozione) Marcel Gautherot che ritrae l’Amazzonia, dapprima con un occidentalissimo occhio simmetrico e, alla fine, con intimi e chiaroscurati ritratti. Tra i gemelli e il fotografo un’insalata di frutta ed un succo.

Mi allontano dalla zona NordOvest della cittá per scendere piú a Sud, nella ricchissima zona di Jardim Paulista. Lí, tra una concessionaria Lamborghini ed una Porche, si trovano, vicinissimi, il Mis (Museu da Imagem e do Som) e il Museu Brasileiro da Escultura. Del primo noto un’ottima immagine istituzionale e una permanente interessantissima: video che dialogano ed installazioni buie con fibre ottiche e profumi a orientarmi. Nel secondo un po’ piú di tradizione, comunque tanto moderna quanto direttamente imparentata con le linee morbide e sintetiche della scultura africana.

Poi mi dirigo verso casa, sbagliando autobus e scendendo nel non plus Sud della cittá.

os gemeos

Marcel Gautherot

Caju

novembre 27, 2009

Altro frutto mai avvistato sui nostri banchi europei: il caju. La cosa curiosa di questo frutto é l’essere composto da due parti: il frutto propriamente detto e il suo peduncolo floreale o parafrutto. Con il nome caju si indica, nell’uso comune, il parafrutto, cioé la parte succosa che va dal giallo alle differenti sfumature del rosso. Personalmente non mi piace: se é un poco acerbo é immangiabile e anche maturo ha un retrogusto di…legno; c’é gente che ne va ovviamente pazza. La castanha di caju é, dal punto di vista botanico, il frutto vero e proprio. Si tratta di un frutto secco, oleosissimo, che si mangia tostato e salato, oppure caramellato. Come tutta la frutta secca in generale ha la mia benedizione ma anche una quantitá assurda di calorie. Danone le ha dedicato un’edizione speciale dell’Activia. Se solo lo sapesse la Marcuzzi…

caju_parafrutto

São Paulo centro

novembre 26, 2009

Se in una cittá grande come questa, ti ostini a recarti nello stesso posto e snobbi altri luoghi che meriterebbero una visita tanto quanto/anche piú del suddetto, significa che te ne sei innamorata? Se si, la natura di questo posto dice molto di me e dei miei gusti. Ancora non ho visitato la pinacoteca o il Masp ma passo i sabato in centro. E non é il “centro” che intendete voi. Praticamente é un mercato a cielo aperto, denso di colori, odori e, soprattutto, di persone. Merce ed oggettistica di ogni genere ai prezzi piú bassi che in ogni altra parte di San Paolo. Frutta e fritture, ladri e polizia, bambini e vecchi, vagabondi e massaie, falsari e contrabbandieri, le opere piú antiche della cittá e la nuova invasione cinese, musica e…mai il silenzio.

I love it.

Mercado municipal

Il tipico sandwich multistrato di mortadella del Mercado Municipal. Si, l’ho mangiato. E poi ho anche il coraggio di domandarmi come sia potuta ingrassare…

sampa_caetano veloso

Il famoso incrocio tra Av. Ipiranga e Av. São João cantato da Caetano Veloso nella sua celebre Sampa.

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Street life

novembre 24, 2009

Con la galera (credo sia un equivalente di “compagnia”) abbiamo assistito ad un evento che mi ha permesso di fare toccata e fuga in quella che é una dimensione fondamentale del Brasile: lo street style.

L’evento é una mostra di stickers cui chiunque puó partecipare con le proprie creazioni;  si tratta di un appuntamento annuale promosso da Eastpak che quest’anno coinvolge un negozio di abbigliamento. Prima di raggiungere il cuore dell’evento facciamo una capatina alla Galleria Ouro Fino in Rua Augusta, uno shopping center alternativo costellato di tatoo studios, brechós (negozi dell’usato) stilosi e molte altre attrattive non convenzionali (ci sono altri centri commerciali targetizzati a San Paolo, come questo). Qui vengo introdotta a soggetti di un certo calibro, tanto pazzi quanto adorabili: il tizio che, su richiesta, sfila dallo zaino un vestito da uomo ragno e si appende alla qualsiasi, oppure il tatuatore che poi ci ripescherá per strada e ci dará un passaggio sulla sua Brasilia devastata.

Pensando che la mostra si tenesse, come d’abitudine, nello spazio Eastpak, facciamo un salto anche lí e scopro uno showroom molto interessante. Writers o artisti ricevono la commissione per zaini personalizzati ed eseguono il lavoro dal vivo. Attraversando il negozio si raggiunge un patio interno dedicato ad iniziative di vario genere o semplicemente alla socializzazione. Mi informo su Eastpak e scopro che solo in Italia la sua identitá é debole; ovunque esso é brand icona nel fashion street style e promuove festival, contests, manifestazioni. A Milano, solo recentemente, ha aperto uno show room “basato su un format internazionale”,  non farina del nostro sacco, quindi. Ció che mi colpisce dello store paulista é la convergenza di istanze che da noi sono trend da rincorrere e che qui, invece, sono attitudini del tutto naturali; mi riferisco al rock-glam style, all’aggregazione tribale, alla customization, alla retail experience. Nel Pão de Açucar (l’equivalente del nostro Esselunga) vicino allo studio, nel reparto carne, talvolta si trova un barbecue improvvisato su cui grigliano spiedini omaggio. Esiste anche il churrasco da strada. Ogni supermarket ha uno spazio ristorazione interno; se il punto vendita é specializzato in frutta e ortaggi potete scommettere che esista un corner dove gustare vitaminas (frullati). Definirlo “mix” o “experience” é roba da fighetti europei, qui si mischia tutto, sempre.

eastpak


eastpak
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caipirinha

novembre 23, 2009

Strano che ancora non avessi parlato della cosí spesso citata caipirinha! Questo drink fa parte della categoria dei pestati, perché é preparato spremendo con un pestello di legno frutta e zucchero di canna, cui si aggiungono ghiaccio a pezzetti (non tritato!) e alcool. L’alcolico originale é la cachaça, chiamata anche pinga, prodotta dalla distillazione del succo di canna e quindi assolutamente brasileira; tuttavia é molto diffusa anche la versione con vodka, che fa della caipirinha una caipiroska. Altra variante alcolica é l’uso del sake, dal gusto meno marcato, che rende il cocktail piú piacevole di quanto giá non lo sia (e quindi anche subdolamente piú pericoloso…). Per preparare la caipirinha,  si usa qualsiasi tipo di frutta, purché ricca di succo (ecco perché bisogna sempre specificarne il gusto al momento dell’ordine). A mio parere, tra le migliori: abacaxi (ananas) con una goccia di limone, morango (fragola) e l’intramontabile limone.

caipirinha

A volte ritornano e vanno in Bahia!

novembre 21, 2009

Il Tato è tornato da me! 10 giorni di nuovo in Brasile e, manco a dirlo, 10 giorni stupendi che certo ora pagherò con una dose di malinconia direttamente proporzionale.

Prima sera a San Paolo, giovedì: rodizio giapponese in Itaim Bibi (perchè diavolo non lo importano anche in Italia?).
Seconda sera a San Paolo, venerdì: puntatina in una escola de samba. Qui la gente si prepara al carnevale, definendo costumi, coreografie e musiche. A differenza del carnevale nordestino, dove ciascun quartiere si propone con il proprio carro, a San Paolo esistono queste officine gigantesche nelle quali chiunque può imparare ed esercitarsi. Esse hanno anche una funzione sociale, prelevando dalla strada molti ragazzini ed affidando loro un compito da portare avanti tutto l’anno. L’escola cui Leandro e Lidia ci portano è chiamata Rosa de Ouro e sin da quando iniziano i primi tamburi (che un centinaio di persone non cesserà di suonare per ben tre ore) è festa grande. Il Tato lo perdiamo di vista per un buon quarto di serata, trascinato, come gatto Silvestro dalla scia di profumo di cibo, dal sedere sodo e ipnotico di certe mulatte che…non ve le racconto, donne, perchè finireste per sentirvi (come me, d’altronde) degli esemplari difettosi.
Sabato riposo (post sbronza) e poi cena indiana con Antonio e Valdira. Valdira al volante taglia deliberatamente la strada ad un tizio che le suona il clacson e la supera; Valdira, offesa, lo insegue insultandolo, suonando e tentando affiancamenti azzardati. Ringraziamo tutti il cielo per non esserci imbattuti in un soggetto armato.

Domenica: prendiamo il volo per Salvador de Bahia. A Salvador alloggiamo in un meraviglioso bilocale dell’hotel riservatoci (a un prezzo di assoluto favore) da un amico del Tato che vive e lavora in questa città. La sera usciamo con lui e la sua splendida ragazza brasiliana e giriamo per locali ballando samba e reggae; solo grazie all’abilità del Tato che ha la musica no sangre, riusciamo a non sfigurare fra tanti brasiliani.
Il giorno seguente visitiamo il Pelourinho, la parte alta e antica della città, destreggiandoci tra le insistenze dei venditori ambulanti di qualsiasi genere e mercanzia. Concludiamo la giornata alla chiesa di Bonfim, dove un vecchietto di colore ci delizia con racconti su santi e Orixà, mischiando vivacemente cattolicesimo, Cadomblè e superstizione . Da lui compriamo, letteralmente,  una figa di legno e vari amuleti (Ndr: la figa è una mano a pugno chiuso col pollice infilato tra indice e medio, ricorda la mano del Signore crocefisso ed è un simbolo di buona sorte). La sera ci facciamo portare ad assistere ad un rito di Cadomblè che, per quanto inficiato dai caratteri di uno spettacolo per turisti, completa la nostra conoscenza della storia di questa religione africana, portata in Brasile dagli schiavi neri. A tratti repressi o ignorati, i riti africani si sono sviluppati in modo sotterraneo, imparentandosi con quelli cattolici al fine di passare inosservati; il risultato è un sincretismo diffuso e spesso nemmeno cosciente, che associa ai santi cristiani qualità degli Orixà africani e che intride tutto di un affascinante esoterismo.

Martedì ci imbarchiamo in direzione Morro de Sao Paulo, prominenza  dell’isola di Tinhare (la maggiore della Baia de Todos os Santos). Cerchiamo una pousada nella quale alloggiare e commettiamo l’errore di sentirci in buone mani quando incontriamo un albergatore italiano; avremmo potuto avere di più e a meno e per questo, sistemate le cose, ci dedichiamo alla ricerca di una nuova pousada per il giorno seguente. Passiamo il pomeriggio in quarta spiaggia (il morro ha infatti quattro spiagge dai nomi impronunciabili: primeira praia, segunda praia, terzeira praia e quarta praia; davvero difficili…) e ceniamo in segunda con una discreta moqueca. Taccio, per non tediare, le numerose caipirinhas prese con qualsiasi pretesto: aperitivo, drink per la cena, drink per chiudere la serata…
Il giorno dopo cambiamo residenza inventandoci scuse improbabili con l’italiano ed evitando, con una premura inutile e ridicola, di passare davanti alla vecchia pousada. Si noti che il morro ha una sola strada, sulla quale si affacciano praticamente tutte le pousadas; della serie rilassarsi mai…La mattina ci imbarchiamo, con due coppie argentine, due ragazze israeliane ed un brasiliano, per un’escursione tra isole, spiagge deserte, piscine naturali e bagni di argilla ringiovanenti (?). La sera ci arrampinchiamo per ore sul morro per raggiungere una fantomatica festa cui arriviamo stanchi ed assetati (ma per questo c’è la caipirinha!). Il giovedì il tempo non è dalla nostra ma ci regala comunque un tramonto splendido che celebriamo da una terrazza attrezzata di cuscini, stuoie, musica dal vivo e candele. La abbandoneremo solo per l’ennesima moqueca.
Che dire, il morro è davvero stupendo. Può essere tremendamente turistico e altrettanto deserto se solo ci si sposta di poco. Con questo non voglio incrementare un passaparola che è evidentemente già molto attivo in Italia, visto che sull’isola la quantità d’italiani è davvero esagerata, tanto da infastidire. Ad ogni modo, avendo più tempo a disposizione, avremmo optato per qualche pernottamento a Boipeba, un’isola di pescatori  spoglia e silenziosa; secondo me la dimensione migliore per godersi certi paradisi tropicali.

Il venerdì siamo già di ritorno. Impastigliati come si deve per non subire il mal di mare, cadiamo in uno stato di catalessi che ci coglie di sorpresa: io riesco a  dormire consecutivamente per due ore e mezza di navigazione con mare mosso; seppur al coperto, ad ogni ondata mi arriva in faccia uno spruzzo d’acqua ed io mi limito a sbiascicare uno “hmmm” asciugandomi il viso per poi…riprendere a dormire! Sull’aereo sono le hostess a strattonarci e a buttarci fuori. In taxi riapriamo gli occhi solo davanti al cancello di casa. Se avete problemi d’insonnia chiedete a me: ho io il prodotto che fa a caso vostro.

morro de sao paulo

morro de sao paulo

morro de sao paulo

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Daslu Sao Paulo

novembre 12, 2009

Navigando su YOOX mi sono imbattuta in un paio di jeans marca DASLU SAO PAULO. In un primo momento mi sono stupita esistesse una linea di abbigliamento Daslu, in un secondo ho realizzato che Daslu puó tutto.

Daslu é un centro commerciale. Questa definizione evoca, in noi italiani, l’immagine di un agglomerato di punti vendita piú o meno grande, all’interno del quale si trova di norma anche un ipermercato. Niente di piú lontano dal Daslu. Collocato in un’area periferica della cittá, questo non-luogo di consumo, si raggiunge quantomeno in auto. Non ci si arriva coi mezzi né a piedi né in bicicletta. Sul tipo di auto c’é selezione all’ingresso. Con il taxi forse, perché sarebbe meglio un auto di lusso con autista. Si fa buona figura con l’elicottero, quello non sfigura mai. A pensarci bene anche la definizione (non)luogo di consumo risulta un poco massificante. Il Daslu si colloca ad un livello di lusso che trascende il concetto di consumo. Accedere al Daslu é come possedere un pass per l’Olimpo.

Si varca la soglia e si é immediatamente nello shop Louis Vuitton. Come paragonare Louis Vuitton allo zerbino con la scritta “welcome”. Il percorso all’interno dell’Eldorado della moda, poi, non é segmentato ma fluido: come non esiste una decompressione all’entrata, cosí non ve ne é alcuna tra un negozio e l’altro e si procede senza soluzione di continuitá da un Gucci ad uno Chanel. Matteo c’é stato, ma non ha fatto foto perché, decisamente, non si tratta di un luogo per turisti: é una certezza che, se non viene assorbita all’entrata, non puó essere evitata quando si vede un elicottero (vero) ricoperto di lana scendere dal soffitto della zona centrale. Alla fine Matteo ha anche avuto il colpo di testa: un acquisto.  La fantasmagorica compilation lounge Daslu é ora nelle nostre mani. L’unica cosa che, da comuni mortali con un pass per l’Olimpo provvisorio, ci si possa permettere lá dentro.

Daslu Sao Paulo

Pinha

novembre 11, 2009

Lo chiamano pinha, per l’evidente somiglianza con ciò che anche noi conosciamo come “pigna”. Questo frutto è sorprendentemente dolce. Pensate alla consistenza del fico ma dimenticatene la polpa un po’ fibrosa: immaginate che sia tanto zuccherina da sentirla sabbiosa, quasi percepiste lo zucchero in granellini. Infine osservate il contrasto tra la polpa bianchissima e i semi nerissimi e levigati. Tres chic!

pinha intera

pinha aberta

Appendere la borsa al chiodo

novembre 11, 2009

Abbandonare la borsa a terra, qui, é un delitto. Camerieri e gestori evitano in qualsiasi modo che tu lo faccia. Anche con il locale pieno, riescono a procurarti una sedia da riservare a borse, giacche e appendici varie. Penso a quante volte, in Italia, mi sono trovata appiccicata al bancone lamentando l’assenza di un piccolo gancio al quale appendere la borsa. In Minas, la rivelazione: in un ristorante arabo mi portano un minuscolo tripode da tavolo che volto e rivolto finché non scopro essere un gancio. Stefania mi dice che si compra tranquillamente ovunque. Non trovo il modello con i tre tentacoli ma riesco a procurarmene uno piú snello e portable che ora sta sempre in borsa. Comodissimo.

gancio_appendi borsa

gancio_appendi borsa

Brazil blackin’ out

novembre 11, 2009

Ad un certo punto la radio e la luce del salotto hanno cominciato a funzionare a tratti. Buio, luce, buio, luce fioca…musica, interferenze, musica deformata, rumore a tratti, silenzio. Penso ad un black out come a un mega “PUFF” seguito dal nulla, non a un lento decrescere di energia. Di fronte alla bizzarra fenomenologia del black out brasiliano ho pensato, nell’ordine: ad una apparizione satanica, al terremoto, al 2012 Maya anticipato ed, infine, al black out.
Ero sola a casa ma dopo aver appurato che le opzioni 1, 2 e 3 non erano probabili, mi sono rilassata ed ho assistito allo spettacolo di una cittá come San Paolo divorata dalle tenebre. Certo, ci sono i soliti privilegiati con il generatore privato, ma il profilo di questa megalapoli sempre viva, d’un tratto, s’é modificato. Debole e spenta, pareva piú umana, piú vicina e, complice la luce delle candele, anche piú romantica…

Melissa shoes

novembre 8, 2009

Avete presente le ballerine lanciate da Kartell? Quelle in monofusione di gomma…ebbene, da anni in Brasile esiste Melissa, un brand nazionale che produce scarpe la cui caratteristica è proprio quella di essere interamente di gomma. Se ne vedono in giro a migliaia e, sebbene il costo di un paio di ballerine Melissa sia piuttosto contenuto (circa 50 R$), sono quasi tutte imitazioni. I modelli sono spesso co-brandizzati. Quelle che il Tato mi ha regalato nascono dall’alleanza Melissa – Vivienne Westwood ed io le adoro! Fa effetto vedere scarpe col tacco in monufusione o brogues completamente in gomma. Il materiale emana un profumo dolcissimo e persistente, il problema è il piede all’interno in un contesto tropicale…
Scopro ora dal sito che probabilmente le commercializzano anche in Italia.

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Auditorium e Parque Ibirapuera

novembre 8, 2009

Un angolo davvero incantevole di San Paolo è il Parque Ibirapuera. Un angolo di quelli ampi, s’intende. Si tratta di un parco gigantesco, all’interno del quale si può fare di tutto. Si può entrare in macchina, correre, noleggiare bici, andare di skateboard o di break dance, esercitarsi nell’arte circense o organizzare un torneo gay di pallavolo. Il parco è attrezzato di tutto per il fitness, i concerti, la ristorazione. Sono certa non manchi nemmeno un florido commercio di  maconha (marijuana), come per qualsiasi parco che si rispetti.

Leandro e Lidia mi hanno invitata ad assistere ad un concerto all’interno del parco. Se ne tengono sempre diversi e gratuiti nel fine settimana; questo tuttavia è un concerto per il quale bisognerebbe pagare il biglietto (ma noi, grazie a Lidia, riusciamo a spacciarci per dei vips) e che si tiene nel famoso auditorium progettato da Niemeyer. Che si ami o meno Niemeyer, il suo Auditorium è davvero speciale: di una bellezza moderna, pulita, plasticamente sensuale, come le labbra rosse laccate di  una geisha. Al suo interno una scultura rossa di grandi proporzioni di Tomie Ohtake. In linea con i volumi e le linee esterne.

Il concerto è stato interessante, probabilmente perchè mi sono preparata al peggio: quando si parla di musica contemporanea sperimentale c’è sempre da sgranare occhi e orecchie. Questo tipo di situazioni ti mettono alla prova  come i film di Takeshi Kitano: sai benissimo di assistere ad un spettacolo di un certo livello ma, in cuor tuo, vorresti martellarti l’inmartellabile; quando ci si accomiata devi sorbire e pronunciare frasi che googlerai solo una volta  a casa, giusto per capire di che diavolo si stesse (e tu stessa stessi) parlando. Finisci anche con l’autocensurare espressioni corporee tipo sospiri, rotazione delle pupille, ticchettio delle dita sul poggiabraccio della poltrona, perchè, accanto a te, siede l’immancabile tizio in carne, con l’occhiale dalla montatura nera e rotonda, il papillon e la sciarpina a quadri  lasciata cadere sulle spalle, che odora di sigaro appena spento; il classico tizio che ne sa.

Ho gradito particolarmente l’esibizione di un gruppo che conoscevo già, perchè consigliatomi da Leandro: gli Axial. Il tastierista e arrangiatore del gruppo è un suo professore in università; tra l’altro dotato di una presenza scenica di tutto rispetto. Son cose che non ti aspetti da un professore. Certamente non da un professore italiano!

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Riserva della Jureia

novembre 2, 2009

In compagnia di Antonio e Valdira e il loro nipotino Lucas (ah, dimenticavo Chiara e Fedra, i cani di casa), bella escursione sul Litoral Sul di San Paolo. Destinazione: Riserva della Jureia. Due possibili percorsi all’interno della riserva: uno lungo le spiagge ed uno attraverso la foresta alla scoperta di cascate e piscine naturali. Dentro di me un coro di folletti ignoranti: “spiaggia, spiaggia!”, fuori Antonio, con la sua naturale avversione per la spiaggia e per il sole. Dato che già è riuscito ad accaparrarsi il favore delle condizioni metereologiche (nuvoloso e piovisco), anch’io capitolo e scegliamo il cammino numero due.

All’interno della Riserva nessuno possiede nulla, solo il diritto di abitarvi, non c’è proprietà privata. Così mi spiega Valdira che pare avere un legame speciale con questi luoghi e sussulta ogni volta che vede un cartello con la scritta “in vendita”. Solo che poi ha costellato il viaggio di ritorno di soste per bracconare fiori, frutta e canna da zucchero. Ma lei è così…genuinamente brasiliana! Avevamo anche in auto una colonia di granchi comprati vivi al mercato la mattina e lasciati crudelmente morire nel bagagliaio tutto il giorno.

Grazie all’occhio allenato di Valdira (che sembra essere cresciuta nella foresta) siamo riusciti a vedere tucani, scoiattoli e macachi. Troppo veloci e lontani per essere fotografati. O io troppo lenta per immortalarli. Abbiamo anche avuto l’onore di incrociare il falso corallo, un serpente del tutto uguale a quello mortale africano se non per le dimensioni maggiori e l’assenza di veleno letale. Lucas si è immerso avunque ci fosse dell’acqua, nonostante facesse obiettivamente un freddo becco. Dev’essere questa la differenza tra nonni brasiliani e nonni italiani: gli ultimi ti cazziano solo se esprimi il desiderio di infilare una mano nell’acqua gelida, i primi ti sfidano a fare il bagno senza prendere la polmonite. E Lucas è un ragazzino molto coraggioso. Brasiliano a sua volta.

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Il compleanno

novembre 2, 2009

Ce l’ho fatta, sono riuscita a vedere il mio film italiano e sono tornata in pace col mondo. Ho costretto Helen ad accompagnarmi in una sorta di appuntamento al buio col cinema ma alla fine anche lei ha apprezzato. Il film è “Il compleanno”, di Marco Filiberti, presentato allo scorso Festival di Venezia. Non so cosa ne pensi la critica ma a me è piaciuto tantissimo. Tra gli attori Alessandro Gassman ed uno straordinario Massimo Poggio. A presentare il film la produttrice e Thyago Alvez, modello brasiliano “tornato dall’Italia come attore”.Avendo girato un film può a tutti gli effetti definirsi tale, anche se a  recitare sono stati più che altro il suo bianchissimo sorriso ed i muscoli disegnati; il momento di massima interpretazione è stato infatti la scena di masturbazione con la Golgi a pieno volume nella sua celeberrima “che fretta c’era”. Eppure il suo ruolo nel film è fondamentale. I genitori di Thyago (Gassman e compagna) passano l’estate a Sabaudia con una coppia di amici (Poggio e moglie). Due coppie antitetiche ma, ciascuna a suo modo, solide: la prima passionale, più  spesso separata che unita, la seconda più posata, con un Poggio psicanalista intellettuale ed introverso. David (Thyago) li raggiunge al mare e si rivela l’elemento destabilizzante. I genitori, col pretesto dell’educazione del figlio, rispolverano antiche frustrazioni e l’altra coppia si lacera sotto l’influenza dell’improvvisa irrequietezza dello psicanalista, irrimediabilmente attratto dal ragazzo.

Il film incomincia a teatro, con il Tristano e Isotta di Wagner. Una prolessi allegorica, come anche la sopraccitata Golgi (se anche fa un po’ ridere pensare alla Golgi in questi termini…). In effetti l’intera struttura del film è quella del dramma lirico, sia a livello narrativo che scenico, un’intenzione che, però, si rivela pian piano e giustifica alcune scelte che, di primo acchito, lasciano un poco sorpresi. Il mare, per esempio, soggetto principale della fotografia, ritratto sbiadito come le foto delle vacanze al mare degli anni settanta o lenzuolo di scena attraversato dall’immancabile fascio di luce lunare; David, con le sue pose da verginella in attesa del raptus e le sue epiche uscite dai flutti. Con un climax sia narrativo che rappresentativo (i modi teatrali si amplificano) la vicenda volge alla tragedia: il giorno del suo compleanno David viene deflorato da Poggio e la moglie di quest’ultimo, dopo averli scoperti in flagrante, viene investita e muore. Meravigliosa, tra l’altro, la scena in cui lei sale le scale di questa casetta così tipicamente italiana e, ripresa di spalle mentre ha tra le mani una torta, pare la donna della Voiello. Personaggio e stereotipo, cinema, teatro e Italia.  Nessuna catarsi a seguire.

I piani di riflessione sono davvero tanti. Si può pensare ad un film gay ma lo trovo riduttivo (l’amplesso tra due uomini finisce con l’essere una tragedia dello stesso livello della morte della donna, probabilmente con un rapporto etero non si sarebbe creata la stessa tensione), più interessante l’avvicendarsi tra il livello  intimo ed esplorativo che individua zone d’ombra in ciascuno dei personaggi e quello teatrale che le sventola in faccia allo spettatore. Due altri personaggi densi di segnificato: il bizzarro zio di David (la storia lascia intuire che abbia ucciso la compagna depressa- livello intimo)  fa visita al mare e percepisce la tensione che si  trasforma in organismo vivo; con un vano gesto (propone a David di seguirlo in Sicilia) tenta di evitare l’inevitabile (ruolo di scena); la paziente dello psicanalista che non sopporta la figlia ma si scopre amare un figlio ritardato di cui tace l’esistenza, “sono un mostro, Dottore, sono un mostro?”.

Una nobilitazione del melodramma italiano. Dovrei davvero rivederlo. Dovreste davvero vederlo.

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Bastarda senza gloria

ottobre 26, 2009

Facciamo che ci sia il festival del cinema a San Paolo e che io mi faccia una bella scaletta di film per passare una domenica avvolta nella magica poltrocina semipelosa delle sale. Facciamo però che sia tanto sprovveduta da non acquistare il biglietto sabato (quando avrei potuto tranquillamente farlo) e che mi tocchi ripiegare sulla modesta visione di una sola pellicola; dal sito evinco infatti che si vendono i cumulativi fino al giorno prima della proiezione e quindi posso permettermi un solo biglietto d’ingresso ordinario. Facciamo che sia indecisa tra il film italiano e quello di Almodovar e che  l’empasse si risolva a favore dell’italiano perchè il sito dei trasporti pubblici non funziona e non so assolutamente come raggiungere il luogo di proiezione dell’Almodovar. Facciamo che sia quasi contenta, visto che adoro i film italiani, perchè agli accadimenti esterni preferisco di gran lunga quelli interiori o al massimo quelli interpersonali. Facciamo che il film inizi alle 19 e 50 e che io esca di casa alle 18. Mettiamoci che scopra, aspettando vanamente, che il mio autobus non sia di servizio nei feriali. Aggiungiamo che cambi fermata e chieda informazioni per un tempo interminabile prima di individuare la retta via. Di nuovo addizioniamo il fatto che non abbia contanti e che non abbia preso la carta di debito nel timore di essere derubata (dato che mi ostino a creder di poter rincasare con i mezzi) e porti con me solo lo stretto necessario per il cinema e l’autobus di ritorno. Ma non smettiamo proprio ora di ipotizzare sulla mia malasorte e pensiamo che non ne azzecchi una, uscendo dalla metro sul lato opposto della Paulista e perseverando nella direzione sbagliata. Facciamo infine (infine sul serio?!) che raggiunga lo shopping center al cui terzo piano si trova il cinema, ma che salga sull’ascensore che serve i piani interrati e, non so con quale logica, solo il quinto di quelli elevati. Dopo un immotivato viaggio per i visceri del parcheggio, diciamo pure che riesca a mettermi in coda per l’acquisto del biglietto. Leggendo di varie proiezioni “lotadas” senza che fra queste appaia la mia, nonostante gli ormai 15 minuti di ritardo sull’ora di inizio, poniamo che ancora senta di potercela fare. Facciamo invece che no, che anche il mio bel film italiano sia “lotado”. Ma che significa poi? Assumiamo quindi che anche quello che, a detta di molti, sembrava un portoghese bene e velocemente acquisito, si riveli del tutto inadeguato per farsi comprendere da un bigliettaio cui non funziona il microfono. Concludiamo che non mi resti altro da fare che ripiegare su una proiezione estranea al festival e, nello specifico, su Bastardi senza gloria, di Quentin Tarantino. Sapendo che lo spettacolo inizierà solo alle nove e che ogni mia illusione di rincasare con i mezzi pubblici va in frantumi, e che mi ritrovo a mangiare cibo turco per mettere a tacere la fame, possiamo anche concludere quella che era solo la premessa: forse ho sviluppato del rancore inconscio verso questo film.

A seguire la premessa, la tesi: questo film è orribile. Capisco di aver rimpiazzato un’indagine intimista con un film di violenza deliberatamente gratuita e stereotipata, ma davvero il mio shock non ha eguali. Primo, la violenza e lo splatter un miglio al di là della mia soglia di sopportazione, senza artefatti fumettistici che stemperino un po’. Secondo, il tema che non credo ancora sdoganato da un doveroso rispetto e che, a mio parere, non dovrà esserlo mai. Terzo, una comicità che in taluni momenti supera quella propria del cattivo a tutti i costi o del vendicatore della notte tutto d’un pezzo (alla Chuck Norris, per intenderci) e che sconfina in un imbarazzante ridicolo mimico. Quarto, Brad Pitt con la mascella di fuori (forse questo appunto meritava di essere il primo). Quinto, a livello di linguaggio cinematografico, ricordo forse un paio di piani sequenza interessanti ma mi domando l’utilità di una suddivisione in capitoli che segue la trama pedissequamente e non crea alcun tipo di intreccio.
Non ci capisco nulla di cinema, mi ripeto uscendo dalla sala, perchè i miei colleghi sono entusiasta di questo film, perchè Tarantino è Tarantino. Ma quando il 24 ore non legge la mia carta di credito e sono costretta a chiedere al tizio della stazione di rifornimento di strisciarmela e di darmi 50 Reali che devolverò interamente al tassista poco più tardi, non posso che continuare a pensare a quanto detesti Bastardi senza gloria.

ottobre 15, 2009

Se si decide di preparare del tiramisú ad un’ora inoltrata della sera, si dovrebbe rinunciare a testare, con assaggi a tappeto, il grado di assorbenza del caffé dei biscotti. Pena l’insonnia tormentata da savoiardi volanti.

ottobre 13, 2009

Doppio pastel (fritto) con cioccolato (fuso, tipo nutella, abbondante. Molto abbondante), rotolato nello zucchero di canna misturato con cannella, bagnato da un bicchiere medio di succo di canna (zucchero liquido).  WTF.

Paul Strand e Henri Cartier Bresson

ottobre 12, 2009

Mese interessante per la fotografia, qui a San Paolo. Si è da poco chiusa l’esposizione di Paul Strand “Olhar direto” che ho avuto il piacere di visitare nel museo Lasar Segall e sarà aperta fino a Dicembre quella dedicata a Henri CartierBresson . Oggi, festa nazionale dei bambini (dia das crianças), ho colto l’occasione per fare un giro al SESC Pinheiros e godermi i lavori del noto fotografo francese.

Riguardo alla mostra: davvero ben fornita, sebbene organizzata secondo una logica che, né a me né ai miei accompagnatori, è stato concesso comprendere. Scoraggiati dalla reciproca ignoranza abbiamo concluso che non dovesse essere colpa nostra: il curatore aveva certamente bevuto.
Non che la grandezza di questi fotografi non si percepisca dai libri che ne parlano, ma vedere raccolti gli scatti realizzati nel corso di una vita, uno in Siberia, l’altro in India, l’altro in Messico… fa un certo effetto. Si percepisce una storia, avventurosa, acuta, attenta, curiosa; una ricerca che termina quasi sempre nell’equilibrio delle forme. Persone capaci di sintetizzare, con un numero relativamente modesto di scatti se si pensa alla grandezza del globo, l’Uomo, la Natura, la Storia.

Riguardo al SESC: un posto terribilmente interessante. SESC Brasil è un’organizzazione culturale dalle proporzioni impensabili per l’Italia: nella sola San Paolo essa si compone di oltre 20 sedi. All’interno di ciascuna ci sono sale per le esposizioni (considerando un minimo di due esposizioni per sede ci si fa già un’idea della portata dell’offerta culturale del SESC), corsi, aule di lettura, internet gratuito, spazio bimbi, biblioteche, mediateche, workshop permanenti dedicati al cinema, al teatro, alla danza, alla musica, alla multimedialità… Vi sono anche palestre e piscine, la cui iscrizione annuale ha un costo modestissimo e permette l’accesso alle strutture SESC di tutto il Brasile. Ovviamente non mancano caffè e ristoranti, questi ultimi, quantomeno nel caso della comedoria del SESC Pinheiros, estremamente economici. La mission del SESC, nato circa sessant’anni fa dall’iniziativa privata di quella che potremmo paragonare alla nostra camera di commercio, è quella di fare dell’educazione un pretesto per la trasformazione sociale. Oggi, giorno di festa, numerosissime famiglie assistevano alle iniziative rivolte ai più piccoli. Una partecipazione tanto numerosa  delle famiglie italiane si ottiene solo in occasione delle sagre e delle fiere. Meglio se al grido di “costine e salamelle per tutti!”.

Io, quantomeno, ho in seguito rifiutato di visitare l’esposizione dedicata ad Isabelle Huppert (è l’anno della Francia in Brasile e se ne commemorano  le massime espressioni  artistiche con esposizioni ed iniziative culturali sparse per la città) per un piatto di moqueca bollente e ben speziata. Decisamente un altro paio di maniche…

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Belo horizonte

ottobre 12, 2009

Belo Horizonte è la capitale dello stato di Minais Gerais e si trova a circa cinque ore di auto da San Paolo (otto ore se si prende l’autobus, un’ora con l’aereo).
Non ci saremmo mai spostati nell’ interior (per i Brasiliani il Brasile è due sole cose: l’interior e il litoral), se non avessimo avuto ad accoglierci là Stefania, una ex compagna delle elementari di Matteo, trasferitasi in Brasile con la famiglia da molti anni.

Belo Horizonte è infatti in primo luogo un centro economico (qui hanno sedi la Fiat, Iveco, Marelli, Google, Brembo freni…) e da vedere c’è poco e quasi tutto riferito all’architetto Oscar Niemeyer. Qui l’architetto ha realizzato un complesso di edifici noti come “complesso Pampulha” e la chiesa di San Francesco d’Assisi, primi esemplari di architettura moderna in Brasile. Tuttavia, grazie alle nostre guide, piuttosto che dedicarci agli aspetti culturali della città, ne abbiamo vissuto il lato “upper east side”: locali, drink, auto e vita in.
Stefania e famiglia vivono in una bellissima villa all’interno di un condominio situato nella parte più alta della città.
Per condominio, in Brasile, s’intende un complesso residenziale chiuso e vigilato, nel quale si entra solo previo riconoscimento. Nei condomini chiusi si trovano ovviamente le case più belle del Brasile: giganti, bianchissime, con giardino, piscina e spazi sportivo-ricreativi per tutti i gusti. Due cose da ricordare: in casa di Stefania si può gettare la carta nel wc e il suo giardino (cui mamma Licia dedica le proprie ore) fatica forse a buttar fuori un’erbetta inglese come si deve, ma sputa quarzo rosa ovunque.
Gli stati arabi, sappiamo, sono ricchi di petrolio;  ciò non significa tuttavia che, piantando un albero in giardino, tu ti imbatta necessariamente in un giacimento di oro nero. Lo stato di Minais Gerais (miniere generali, appunto) è tanto ricco di materie prime che non puoi scavare una fossa per il tuo criceto passato a miglior vita, senza trovare qualche pietra dura. La terra è rossissima, argillosa, ferrosa, fantastica nel suo contrasto con il verde intenso delle colline da pascolo (la zona è altresì famosa per l’allevamento e la produzione casearia).

Terminata la ricca colazione offerta dalla mamma di Stefania, le nostre guide ci portano a visitare Ouro Preto (letteralmente “oro nero”, dal colore della pietra da cui si ricava l’oro). Prima di cedere alle loro naturali inclinazioni (e fare della visita un velocissimo safari in auto), si sforzano di condurci all’interno di una delle numerose chiesette barocche sparse per la città. Sulla volta, l’ascensione al cielo di Maria, una stupenda Maria mulatta.
Qualche passo tra i negozietti della cittadina coloniale è sufficiente per rendersi conto della quantità di gioiellerie presenti; davvero un’esplosione di intriganti trasparenze colorate e preziose. Numerosi anche i manufatti in pedra sabon, una pietra morbidissima che si scalfisce con un semplice punteruolo.
Agli angoli della strada loschi individui ti invitano a guardare la loro mercanzia avvolta in panni scuri. Non si tratta di droga, sono contrabbandieri di pietre preziose. Ci sono luoghi al mondo in cui è più facile spacciare diamanti che marijuana. Ci sono luoghi al mondo in cui ricche signorotte si dedicano (oltre che ai tornei di scala quaranta con i genitori di Stefania) alla confezione di orecchini con zirconi piuttosto che al decoupage. Si fa quel che si può, insomma.
A seguire pranzo con cucina tipica e via, di nuovo, in auto.

L’indomani pranziamo con i genitori e il loro circolo di amici italiani in un ristorante sperduto nella campagna: carne e caipirinha ed una sorprendente pasta come solo in Italia sappiamo fare.
Un ultimo giro per locali prima di prendere l’autobus che ci ricondurrà a San Paolo, sul quale trascorreremo quattordici ore a causa di un incidente in autostrada. Roba che, con quelle ore di viaggio, ce ne tornavamo in Italia a fare un salutino…

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