Archive for the ‘visto e vissuto’ Category

midiadesigners.com.br

dicembre 8, 2009

Ho appena aggiornato lo stato su FB: da giorni è partito il countdown e siamo a -13. Tra tredici giorni sarò di nuovo in Italia. Il desiderio di riabbracciare il Tato e le  persone care che mi aspettano è fortissimo. Certamente esso è nuovo, come lo è il ricordo che corre ai miei luoghi italiani, i luoghi della vita di sempre, che in questi sei mesi si è trasformato in uno sguardo; uno sguardo guarda mentre un ricordo ricorda. Si è svegliata in me una piccola forza disposta ad essere ancora curiosa e fresca rispetto ad una vita che, stavolta, non butto ma ricomincio.

Mentre qui in Brasile lo sguardo si fa già ricordo ed allora ecco una sintetica retrospettiva di quello che succedeva in studio, molto più frequentemente di quanto possiate pensare…

babilonia

Se pensavate di andare a casa presto la sera (che ne so, per fare la lavatrice, ad esempio) e sulla lavagna trovate scritto “Babilonia”: no way, o la lavatrice l’avete preimpostata o il bucato dovrà aspettare. Due giorni almeno.

serial killer

Nonostante i numerosi omicidi seriali, il colpevole non è ancora stato individuato. Ogni volta che un impiegato risulta vittima delle manie omicide dello sconosciuto, l’indomani è rimpiazzato dall’ennesimo creativo svalvolato. Ecco che i sospetti si concentrano sulla dirigenza.

mousse al cioccolato

Dulcis in fundo: la mousse di cioccolato che qualche folletto notturno mi fa trovare accanto al mouse ogni mattina. Qui la chiamano Coco (cocò). Très chic.


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Os gemeos, Christian Lacroix, Marcel Gautherot, multimedia e scultura. Grandi offerte!

dicembre 4, 2009

Domenica impegnativa la scorsa. Tempo fa l’avrei definita piena ed interessante; ora che l’entusiasmo é un po’ calato e la nostalgia di casa (non delle mie quattro mura che, anzi, cercheró di evitare come la peste) si é accomodata pesantemente sulle mie palpebre, a trascinarmi in giro per la cittá é il senso del dovere del turista, basato sull’assunto fondamentale che non é detto che la vita ti riporti qui una seconda volta. Inizio con un giro in Higienopolis, per l’esposizione Vertigem dei Gemeos. Due fratelli graffitari che hanno sposato la medesima poetica e realizzano opere impressionanti. Colore dominante il giallo, repertorio visivo di riferimento il nordest brasiliano in dimensione onirica e tanto manierismo: textures accuratissime, applicazioni minuziose…Nello stesso museo é ospitata anche una retrospettiva sul lavoro dello stilista Christian Lacroix: schizzi e figurini voluttuosi e teatrali.

Poi scopro, nella via parallela, la mostra fotografica del fotografo francese (brasiliano d’adozione) Marcel Gautherot che ritrae l’Amazzonia, dapprima con un occidentalissimo occhio simmetrico e, alla fine, con intimi e chiaroscurati ritratti. Tra i gemelli e il fotografo un’insalata di frutta ed un succo.

Mi allontano dalla zona NordOvest della cittá per scendere piú a Sud, nella ricchissima zona di Jardim Paulista. Lí, tra una concessionaria Lamborghini ed una Porche, si trovano, vicinissimi, il Mis (Museu da Imagem e do Som) e il Museu Brasileiro da Escultura. Del primo noto un’ottima immagine istituzionale e una permanente interessantissima: video che dialogano ed installazioni buie con fibre ottiche e profumi a orientarmi. Nel secondo un po’ piú di tradizione, comunque tanto moderna quanto direttamente imparentata con le linee morbide e sintetiche della scultura africana.

Poi mi dirigo verso casa, sbagliando autobus e scendendo nel non plus Sud della cittá.

os gemeos

Marcel Gautherot

São Paulo centro

novembre 26, 2009

Se in una cittá grande come questa, ti ostini a recarti nello stesso posto e snobbi altri luoghi che meriterebbero una visita tanto quanto/anche piú del suddetto, significa che te ne sei innamorata? Se si, la natura di questo posto dice molto di me e dei miei gusti. Ancora non ho visitato la pinacoteca o il Masp ma passo i sabato in centro. E non é il “centro” che intendete voi. Praticamente é un mercato a cielo aperto, denso di colori, odori e, soprattutto, di persone. Merce ed oggettistica di ogni genere ai prezzi piú bassi che in ogni altra parte di San Paolo. Frutta e fritture, ladri e polizia, bambini e vecchi, vagabondi e massaie, falsari e contrabbandieri, le opere piú antiche della cittá e la nuova invasione cinese, musica e…mai il silenzio.

I love it.

Mercado municipal

Il tipico sandwich multistrato di mortadella del Mercado Municipal. Si, l’ho mangiato. E poi ho anche il coraggio di domandarmi come sia potuta ingrassare…

sampa_caetano veloso

Il famoso incrocio tra Av. Ipiranga e Av. São João cantato da Caetano Veloso nella sua celebre Sampa.

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Street life

novembre 24, 2009

Con la galera (credo sia un equivalente di “compagnia”) abbiamo assistito ad un evento che mi ha permesso di fare toccata e fuga in quella che é una dimensione fondamentale del Brasile: lo street style.

L’evento é una mostra di stickers cui chiunque puó partecipare con le proprie creazioni;  si tratta di un appuntamento annuale promosso da Eastpak che quest’anno coinvolge un negozio di abbigliamento. Prima di raggiungere il cuore dell’evento facciamo una capatina alla Galleria Ouro Fino in Rua Augusta, uno shopping center alternativo costellato di tatoo studios, brechós (negozi dell’usato) stilosi e molte altre attrattive non convenzionali (ci sono altri centri commerciali targetizzati a San Paolo, come questo). Qui vengo introdotta a soggetti di un certo calibro, tanto pazzi quanto adorabili: il tizio che, su richiesta, sfila dallo zaino un vestito da uomo ragno e si appende alla qualsiasi, oppure il tatuatore che poi ci ripescherá per strada e ci dará un passaggio sulla sua Brasilia devastata.

Pensando che la mostra si tenesse, come d’abitudine, nello spazio Eastpak, facciamo un salto anche lí e scopro uno showroom molto interessante. Writers o artisti ricevono la commissione per zaini personalizzati ed eseguono il lavoro dal vivo. Attraversando il negozio si raggiunge un patio interno dedicato ad iniziative di vario genere o semplicemente alla socializzazione. Mi informo su Eastpak e scopro che solo in Italia la sua identitá é debole; ovunque esso é brand icona nel fashion street style e promuove festival, contests, manifestazioni. A Milano, solo recentemente, ha aperto uno show room “basato su un format internazionale”,  non farina del nostro sacco, quindi. Ció che mi colpisce dello store paulista é la convergenza di istanze che da noi sono trend da rincorrere e che qui, invece, sono attitudini del tutto naturali; mi riferisco al rock-glam style, all’aggregazione tribale, alla customization, alla retail experience. Nel Pão de Açucar (l’equivalente del nostro Esselunga) vicino allo studio, nel reparto carne, talvolta si trova un barbecue improvvisato su cui grigliano spiedini omaggio. Esiste anche il churrasco da strada. Ogni supermarket ha uno spazio ristorazione interno; se il punto vendita é specializzato in frutta e ortaggi potete scommettere che esista un corner dove gustare vitaminas (frullati). Definirlo “mix” o “experience” é roba da fighetti europei, qui si mischia tutto, sempre.

eastpak


eastpak
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A volte ritornano e vanno in Bahia!

novembre 21, 2009

Il Tato è tornato da me! 10 giorni di nuovo in Brasile e, manco a dirlo, 10 giorni stupendi che certo ora pagherò con una dose di malinconia direttamente proporzionale.

Prima sera a San Paolo, giovedì: rodizio giapponese in Itaim Bibi (perchè diavolo non lo importano anche in Italia?).
Seconda sera a San Paolo, venerdì: puntatina in una escola de samba. Qui la gente si prepara al carnevale, definendo costumi, coreografie e musiche. A differenza del carnevale nordestino, dove ciascun quartiere si propone con il proprio carro, a San Paolo esistono queste officine gigantesche nelle quali chiunque può imparare ed esercitarsi. Esse hanno anche una funzione sociale, prelevando dalla strada molti ragazzini ed affidando loro un compito da portare avanti tutto l’anno. L’escola cui Leandro e Lidia ci portano è chiamata Rosa de Ouro e sin da quando iniziano i primi tamburi (che un centinaio di persone non cesserà di suonare per ben tre ore) è festa grande. Il Tato lo perdiamo di vista per un buon quarto di serata, trascinato, come gatto Silvestro dalla scia di profumo di cibo, dal sedere sodo e ipnotico di certe mulatte che…non ve le racconto, donne, perchè finireste per sentirvi (come me, d’altronde) degli esemplari difettosi.
Sabato riposo (post sbronza) e poi cena indiana con Antonio e Valdira. Valdira al volante taglia deliberatamente la strada ad un tizio che le suona il clacson e la supera; Valdira, offesa, lo insegue insultandolo, suonando e tentando affiancamenti azzardati. Ringraziamo tutti il cielo per non esserci imbattuti in un soggetto armato.

Domenica: prendiamo il volo per Salvador de Bahia. A Salvador alloggiamo in un meraviglioso bilocale dell’hotel riservatoci (a un prezzo di assoluto favore) da un amico del Tato che vive e lavora in questa città. La sera usciamo con lui e la sua splendida ragazza brasiliana e giriamo per locali ballando samba e reggae; solo grazie all’abilità del Tato che ha la musica no sangre, riusciamo a non sfigurare fra tanti brasiliani.
Il giorno seguente visitiamo il Pelourinho, la parte alta e antica della città, destreggiandoci tra le insistenze dei venditori ambulanti di qualsiasi genere e mercanzia. Concludiamo la giornata alla chiesa di Bonfim, dove un vecchietto di colore ci delizia con racconti su santi e Orixà, mischiando vivacemente cattolicesimo, Cadomblè e superstizione . Da lui compriamo, letteralmente,  una figa di legno e vari amuleti (Ndr: la figa è una mano a pugno chiuso col pollice infilato tra indice e medio, ricorda la mano del Signore crocefisso ed è un simbolo di buona sorte). La sera ci facciamo portare ad assistere ad un rito di Cadomblè che, per quanto inficiato dai caratteri di uno spettacolo per turisti, completa la nostra conoscenza della storia di questa religione africana, portata in Brasile dagli schiavi neri. A tratti repressi o ignorati, i riti africani si sono sviluppati in modo sotterraneo, imparentandosi con quelli cattolici al fine di passare inosservati; il risultato è un sincretismo diffuso e spesso nemmeno cosciente, che associa ai santi cristiani qualità degli Orixà africani e che intride tutto di un affascinante esoterismo.

Martedì ci imbarchiamo in direzione Morro de Sao Paulo, prominenza  dell’isola di Tinhare (la maggiore della Baia de Todos os Santos). Cerchiamo una pousada nella quale alloggiare e commettiamo l’errore di sentirci in buone mani quando incontriamo un albergatore italiano; avremmo potuto avere di più e a meno e per questo, sistemate le cose, ci dedichiamo alla ricerca di una nuova pousada per il giorno seguente. Passiamo il pomeriggio in quarta spiaggia (il morro ha infatti quattro spiagge dai nomi impronunciabili: primeira praia, segunda praia, terzeira praia e quarta praia; davvero difficili…) e ceniamo in segunda con una discreta moqueca. Taccio, per non tediare, le numerose caipirinhas prese con qualsiasi pretesto: aperitivo, drink per la cena, drink per chiudere la serata…
Il giorno dopo cambiamo residenza inventandoci scuse improbabili con l’italiano ed evitando, con una premura inutile e ridicola, di passare davanti alla vecchia pousada. Si noti che il morro ha una sola strada, sulla quale si affacciano praticamente tutte le pousadas; della serie rilassarsi mai…La mattina ci imbarchiamo, con due coppie argentine, due ragazze israeliane ed un brasiliano, per un’escursione tra isole, spiagge deserte, piscine naturali e bagni di argilla ringiovanenti (?). La sera ci arrampinchiamo per ore sul morro per raggiungere una fantomatica festa cui arriviamo stanchi ed assetati (ma per questo c’è la caipirinha!). Il giovedì il tempo non è dalla nostra ma ci regala comunque un tramonto splendido che celebriamo da una terrazza attrezzata di cuscini, stuoie, musica dal vivo e candele. La abbandoneremo solo per l’ennesima moqueca.
Che dire, il morro è davvero stupendo. Può essere tremendamente turistico e altrettanto deserto se solo ci si sposta di poco. Con questo non voglio incrementare un passaparola che è evidentemente già molto attivo in Italia, visto che sull’isola la quantità d’italiani è davvero esagerata, tanto da infastidire. Ad ogni modo, avendo più tempo a disposizione, avremmo optato per qualche pernottamento a Boipeba, un’isola di pescatori  spoglia e silenziosa; secondo me la dimensione migliore per godersi certi paradisi tropicali.

Il venerdì siamo già di ritorno. Impastigliati come si deve per non subire il mal di mare, cadiamo in uno stato di catalessi che ci coglie di sorpresa: io riesco a  dormire consecutivamente per due ore e mezza di navigazione con mare mosso; seppur al coperto, ad ogni ondata mi arriva in faccia uno spruzzo d’acqua ed io mi limito a sbiascicare uno “hmmm” asciugandomi il viso per poi…riprendere a dormire! Sull’aereo sono le hostess a strattonarci e a buttarci fuori. In taxi riapriamo gli occhi solo davanti al cancello di casa. Se avete problemi d’insonnia chiedete a me: ho io il prodotto che fa a caso vostro.

morro de sao paulo

morro de sao paulo

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Daslu Sao Paulo

novembre 12, 2009

Navigando su YOOX mi sono imbattuta in un paio di jeans marca DASLU SAO PAULO. In un primo momento mi sono stupita esistesse una linea di abbigliamento Daslu, in un secondo ho realizzato che Daslu puó tutto.

Daslu é un centro commerciale. Questa definizione evoca, in noi italiani, l’immagine di un agglomerato di punti vendita piú o meno grande, all’interno del quale si trova di norma anche un ipermercato. Niente di piú lontano dal Daslu. Collocato in un’area periferica della cittá, questo non-luogo di consumo, si raggiunge quantomeno in auto. Non ci si arriva coi mezzi né a piedi né in bicicletta. Sul tipo di auto c’é selezione all’ingresso. Con il taxi forse, perché sarebbe meglio un auto di lusso con autista. Si fa buona figura con l’elicottero, quello non sfigura mai. A pensarci bene anche la definizione (non)luogo di consumo risulta un poco massificante. Il Daslu si colloca ad un livello di lusso che trascende il concetto di consumo. Accedere al Daslu é come possedere un pass per l’Olimpo.

Si varca la soglia e si é immediatamente nello shop Louis Vuitton. Come paragonare Louis Vuitton allo zerbino con la scritta “welcome”. Il percorso all’interno dell’Eldorado della moda, poi, non é segmentato ma fluido: come non esiste una decompressione all’entrata, cosí non ve ne é alcuna tra un negozio e l’altro e si procede senza soluzione di continuitá da un Gucci ad uno Chanel. Matteo c’é stato, ma non ha fatto foto perché, decisamente, non si tratta di un luogo per turisti: é una certezza che, se non viene assorbita all’entrata, non puó essere evitata quando si vede un elicottero (vero) ricoperto di lana scendere dal soffitto della zona centrale. Alla fine Matteo ha anche avuto il colpo di testa: un acquisto.  La fantasmagorica compilation lounge Daslu é ora nelle nostre mani. L’unica cosa che, da comuni mortali con un pass per l’Olimpo provvisorio, ci si possa permettere lá dentro.

Daslu Sao Paulo

Brazil blackin’ out

novembre 11, 2009

Ad un certo punto la radio e la luce del salotto hanno cominciato a funzionare a tratti. Buio, luce, buio, luce fioca…musica, interferenze, musica deformata, rumore a tratti, silenzio. Penso ad un black out come a un mega “PUFF” seguito dal nulla, non a un lento decrescere di energia. Di fronte alla bizzarra fenomenologia del black out brasiliano ho pensato, nell’ordine: ad una apparizione satanica, al terremoto, al 2012 Maya anticipato ed, infine, al black out.
Ero sola a casa ma dopo aver appurato che le opzioni 1, 2 e 3 non erano probabili, mi sono rilassata ed ho assistito allo spettacolo di una cittá come San Paolo divorata dalle tenebre. Certo, ci sono i soliti privilegiati con il generatore privato, ma il profilo di questa megalapoli sempre viva, d’un tratto, s’é modificato. Debole e spenta, pareva piú umana, piú vicina e, complice la luce delle candele, anche piú romantica…

Auditorium e Parque Ibirapuera

novembre 8, 2009

Un angolo davvero incantevole di San Paolo è il Parque Ibirapuera. Un angolo di quelli ampi, s’intende. Si tratta di un parco gigantesco, all’interno del quale si può fare di tutto. Si può entrare in macchina, correre, noleggiare bici, andare di skateboard o di break dance, esercitarsi nell’arte circense o organizzare un torneo gay di pallavolo. Il parco è attrezzato di tutto per il fitness, i concerti, la ristorazione. Sono certa non manchi nemmeno un florido commercio di  maconha (marijuana), come per qualsiasi parco che si rispetti.

Leandro e Lidia mi hanno invitata ad assistere ad un concerto all’interno del parco. Se ne tengono sempre diversi e gratuiti nel fine settimana; questo tuttavia è un concerto per il quale bisognerebbe pagare il biglietto (ma noi, grazie a Lidia, riusciamo a spacciarci per dei vips) e che si tiene nel famoso auditorium progettato da Niemeyer. Che si ami o meno Niemeyer, il suo Auditorium è davvero speciale: di una bellezza moderna, pulita, plasticamente sensuale, come le labbra rosse laccate di  una geisha. Al suo interno una scultura rossa di grandi proporzioni di Tomie Ohtake. In linea con i volumi e le linee esterne.

Il concerto è stato interessante, probabilmente perchè mi sono preparata al peggio: quando si parla di musica contemporanea sperimentale c’è sempre da sgranare occhi e orecchie. Questo tipo di situazioni ti mettono alla prova  come i film di Takeshi Kitano: sai benissimo di assistere ad un spettacolo di un certo livello ma, in cuor tuo, vorresti martellarti l’inmartellabile; quando ci si accomiata devi sorbire e pronunciare frasi che googlerai solo una volta  a casa, giusto per capire di che diavolo si stesse (e tu stessa stessi) parlando. Finisci anche con l’autocensurare espressioni corporee tipo sospiri, rotazione delle pupille, ticchettio delle dita sul poggiabraccio della poltrona, perchè, accanto a te, siede l’immancabile tizio in carne, con l’occhiale dalla montatura nera e rotonda, il papillon e la sciarpina a quadri  lasciata cadere sulle spalle, che odora di sigaro appena spento; il classico tizio che ne sa.

Ho gradito particolarmente l’esibizione di un gruppo che conoscevo già, perchè consigliatomi da Leandro: gli Axial. Il tastierista e arrangiatore del gruppo è un suo professore in università; tra l’altro dotato di una presenza scenica di tutto rispetto. Son cose che non ti aspetti da un professore. Certamente non da un professore italiano!

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Riserva della Jureia

novembre 2, 2009

In compagnia di Antonio e Valdira e il loro nipotino Lucas (ah, dimenticavo Chiara e Fedra, i cani di casa), bella escursione sul Litoral Sul di San Paolo. Destinazione: Riserva della Jureia. Due possibili percorsi all’interno della riserva: uno lungo le spiagge ed uno attraverso la foresta alla scoperta di cascate e piscine naturali. Dentro di me un coro di folletti ignoranti: “spiaggia, spiaggia!”, fuori Antonio, con la sua naturale avversione per la spiaggia e per il sole. Dato che già è riuscito ad accaparrarsi il favore delle condizioni metereologiche (nuvoloso e piovisco), anch’io capitolo e scegliamo il cammino numero due.

All’interno della Riserva nessuno possiede nulla, solo il diritto di abitarvi, non c’è proprietà privata. Così mi spiega Valdira che pare avere un legame speciale con questi luoghi e sussulta ogni volta che vede un cartello con la scritta “in vendita”. Solo che poi ha costellato il viaggio di ritorno di soste per bracconare fiori, frutta e canna da zucchero. Ma lei è così…genuinamente brasiliana! Avevamo anche in auto una colonia di granchi comprati vivi al mercato la mattina e lasciati crudelmente morire nel bagagliaio tutto il giorno.

Grazie all’occhio allenato di Valdira (che sembra essere cresciuta nella foresta) siamo riusciti a vedere tucani, scoiattoli e macachi. Troppo veloci e lontani per essere fotografati. O io troppo lenta per immortalarli. Abbiamo anche avuto l’onore di incrociare il falso corallo, un serpente del tutto uguale a quello mortale africano se non per le dimensioni maggiori e l’assenza di veleno letale. Lucas si è immerso avunque ci fosse dell’acqua, nonostante facesse obiettivamente un freddo becco. Dev’essere questa la differenza tra nonni brasiliani e nonni italiani: gli ultimi ti cazziano solo se esprimi il desiderio di infilare una mano nell’acqua gelida, i primi ti sfidano a fare il bagno senza prendere la polmonite. E Lucas è un ragazzino molto coraggioso. Brasiliano a sua volta.

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Il compleanno

novembre 2, 2009

Ce l’ho fatta, sono riuscita a vedere il mio film italiano e sono tornata in pace col mondo. Ho costretto Helen ad accompagnarmi in una sorta di appuntamento al buio col cinema ma alla fine anche lei ha apprezzato. Il film è “Il compleanno”, di Marco Filiberti, presentato allo scorso Festival di Venezia. Non so cosa ne pensi la critica ma a me è piaciuto tantissimo. Tra gli attori Alessandro Gassman ed uno straordinario Massimo Poggio. A presentare il film la produttrice e Thyago Alvez, modello brasiliano “tornato dall’Italia come attore”.Avendo girato un film può a tutti gli effetti definirsi tale, anche se a  recitare sono stati più che altro il suo bianchissimo sorriso ed i muscoli disegnati; il momento di massima interpretazione è stato infatti la scena di masturbazione con la Golgi a pieno volume nella sua celeberrima “che fretta c’era”. Eppure il suo ruolo nel film è fondamentale. I genitori di Thyago (Gassman e compagna) passano l’estate a Sabaudia con una coppia di amici (Poggio e moglie). Due coppie antitetiche ma, ciascuna a suo modo, solide: la prima passionale, più  spesso separata che unita, la seconda più posata, con un Poggio psicanalista intellettuale ed introverso. David (Thyago) li raggiunge al mare e si rivela l’elemento destabilizzante. I genitori, col pretesto dell’educazione del figlio, rispolverano antiche frustrazioni e l’altra coppia si lacera sotto l’influenza dell’improvvisa irrequietezza dello psicanalista, irrimediabilmente attratto dal ragazzo.

Il film incomincia a teatro, con il Tristano e Isotta di Wagner. Una prolessi allegorica, come anche la sopraccitata Golgi (se anche fa un po’ ridere pensare alla Golgi in questi termini…). In effetti l’intera struttura del film è quella del dramma lirico, sia a livello narrativo che scenico, un’intenzione che, però, si rivela pian piano e giustifica alcune scelte che, di primo acchito, lasciano un poco sorpresi. Il mare, per esempio, soggetto principale della fotografia, ritratto sbiadito come le foto delle vacanze al mare degli anni settanta o lenzuolo di scena attraversato dall’immancabile fascio di luce lunare; David, con le sue pose da verginella in attesa del raptus e le sue epiche uscite dai flutti. Con un climax sia narrativo che rappresentativo (i modi teatrali si amplificano) la vicenda volge alla tragedia: il giorno del suo compleanno David viene deflorato da Poggio e la moglie di quest’ultimo, dopo averli scoperti in flagrante, viene investita e muore. Meravigliosa, tra l’altro, la scena in cui lei sale le scale di questa casetta così tipicamente italiana e, ripresa di spalle mentre ha tra le mani una torta, pare la donna della Voiello. Personaggio e stereotipo, cinema, teatro e Italia.  Nessuna catarsi a seguire.

I piani di riflessione sono davvero tanti. Si può pensare ad un film gay ma lo trovo riduttivo (l’amplesso tra due uomini finisce con l’essere una tragedia dello stesso livello della morte della donna, probabilmente con un rapporto etero non si sarebbe creata la stessa tensione), più interessante l’avvicendarsi tra il livello  intimo ed esplorativo che individua zone d’ombra in ciascuno dei personaggi e quello teatrale che le sventola in faccia allo spettatore. Due altri personaggi densi di segnificato: il bizzarro zio di David (la storia lascia intuire che abbia ucciso la compagna depressa- livello intimo)  fa visita al mare e percepisce la tensione che si  trasforma in organismo vivo; con un vano gesto (propone a David di seguirlo in Sicilia) tenta di evitare l’inevitabile (ruolo di scena); la paziente dello psicanalista che non sopporta la figlia ma si scopre amare un figlio ritardato di cui tace l’esistenza, “sono un mostro, Dottore, sono un mostro?”.

Una nobilitazione del melodramma italiano. Dovrei davvero rivederlo. Dovreste davvero vederlo.

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Bastarda senza gloria

ottobre 26, 2009

Facciamo che ci sia il festival del cinema a San Paolo e che io mi faccia una bella scaletta di film per passare una domenica avvolta nella magica poltrocina semipelosa delle sale. Facciamo però che sia tanto sprovveduta da non acquistare il biglietto sabato (quando avrei potuto tranquillamente farlo) e che mi tocchi ripiegare sulla modesta visione di una sola pellicola; dal sito evinco infatti che si vendono i cumulativi fino al giorno prima della proiezione e quindi posso permettermi un solo biglietto d’ingresso ordinario. Facciamo che sia indecisa tra il film italiano e quello di Almodovar e che  l’empasse si risolva a favore dell’italiano perchè il sito dei trasporti pubblici non funziona e non so assolutamente come raggiungere il luogo di proiezione dell’Almodovar. Facciamo che sia quasi contenta, visto che adoro i film italiani, perchè agli accadimenti esterni preferisco di gran lunga quelli interiori o al massimo quelli interpersonali. Facciamo che il film inizi alle 19 e 50 e che io esca di casa alle 18. Mettiamoci che scopra, aspettando vanamente, che il mio autobus non sia di servizio nei feriali. Aggiungiamo che cambi fermata e chieda informazioni per un tempo interminabile prima di individuare la retta via. Di nuovo addizioniamo il fatto che non abbia contanti e che non abbia preso la carta di debito nel timore di essere derubata (dato che mi ostino a creder di poter rincasare con i mezzi) e porti con me solo lo stretto necessario per il cinema e l’autobus di ritorno. Ma non smettiamo proprio ora di ipotizzare sulla mia malasorte e pensiamo che non ne azzecchi una, uscendo dalla metro sul lato opposto della Paulista e perseverando nella direzione sbagliata. Facciamo infine (infine sul serio?!) che raggiunga lo shopping center al cui terzo piano si trova il cinema, ma che salga sull’ascensore che serve i piani interrati e, non so con quale logica, solo il quinto di quelli elevati. Dopo un immotivato viaggio per i visceri del parcheggio, diciamo pure che riesca a mettermi in coda per l’acquisto del biglietto. Leggendo di varie proiezioni “lotadas” senza che fra queste appaia la mia, nonostante gli ormai 15 minuti di ritardo sull’ora di inizio, poniamo che ancora senta di potercela fare. Facciamo invece che no, che anche il mio bel film italiano sia “lotado”. Ma che significa poi? Assumiamo quindi che anche quello che, a detta di molti, sembrava un portoghese bene e velocemente acquisito, si riveli del tutto inadeguato per farsi comprendere da un bigliettaio cui non funziona il microfono. Concludiamo che non mi resti altro da fare che ripiegare su una proiezione estranea al festival e, nello specifico, su Bastardi senza gloria, di Quentin Tarantino. Sapendo che lo spettacolo inizierà solo alle nove e che ogni mia illusione di rincasare con i mezzi pubblici va in frantumi, e che mi ritrovo a mangiare cibo turco per mettere a tacere la fame, possiamo anche concludere quella che era solo la premessa: forse ho sviluppato del rancore inconscio verso questo film.

A seguire la premessa, la tesi: questo film è orribile. Capisco di aver rimpiazzato un’indagine intimista con un film di violenza deliberatamente gratuita e stereotipata, ma davvero il mio shock non ha eguali. Primo, la violenza e lo splatter un miglio al di là della mia soglia di sopportazione, senza artefatti fumettistici che stemperino un po’. Secondo, il tema che non credo ancora sdoganato da un doveroso rispetto e che, a mio parere, non dovrà esserlo mai. Terzo, una comicità che in taluni momenti supera quella propria del cattivo a tutti i costi o del vendicatore della notte tutto d’un pezzo (alla Chuck Norris, per intenderci) e che sconfina in un imbarazzante ridicolo mimico. Quarto, Brad Pitt con la mascella di fuori (forse questo appunto meritava di essere il primo). Quinto, a livello di linguaggio cinematografico, ricordo forse un paio di piani sequenza interessanti ma mi domando l’utilità di una suddivisione in capitoli che segue la trama pedissequamente e non crea alcun tipo di intreccio.
Non ci capisco nulla di cinema, mi ripeto uscendo dalla sala, perchè i miei colleghi sono entusiasta di questo film, perchè Tarantino è Tarantino. Ma quando il 24 ore non legge la mia carta di credito e sono costretta a chiedere al tizio della stazione di rifornimento di strisciarmela e di darmi 50 Reali che devolverò interamente al tassista poco più tardi, non posso che continuare a pensare a quanto detesti Bastardi senza gloria.

Paul Strand e Henri Cartier Bresson

ottobre 12, 2009

Mese interessante per la fotografia, qui a San Paolo. Si è da poco chiusa l’esposizione di Paul Strand “Olhar direto” che ho avuto il piacere di visitare nel museo Lasar Segall e sarà aperta fino a Dicembre quella dedicata a Henri CartierBresson . Oggi, festa nazionale dei bambini (dia das crianças), ho colto l’occasione per fare un giro al SESC Pinheiros e godermi i lavori del noto fotografo francese.

Riguardo alla mostra: davvero ben fornita, sebbene organizzata secondo una logica che, né a me né ai miei accompagnatori, è stato concesso comprendere. Scoraggiati dalla reciproca ignoranza abbiamo concluso che non dovesse essere colpa nostra: il curatore aveva certamente bevuto.
Non che la grandezza di questi fotografi non si percepisca dai libri che ne parlano, ma vedere raccolti gli scatti realizzati nel corso di una vita, uno in Siberia, l’altro in India, l’altro in Messico… fa un certo effetto. Si percepisce una storia, avventurosa, acuta, attenta, curiosa; una ricerca che termina quasi sempre nell’equilibrio delle forme. Persone capaci di sintetizzare, con un numero relativamente modesto di scatti se si pensa alla grandezza del globo, l’Uomo, la Natura, la Storia.

Riguardo al SESC: un posto terribilmente interessante. SESC Brasil è un’organizzazione culturale dalle proporzioni impensabili per l’Italia: nella sola San Paolo essa si compone di oltre 20 sedi. All’interno di ciascuna ci sono sale per le esposizioni (considerando un minimo di due esposizioni per sede ci si fa già un’idea della portata dell’offerta culturale del SESC), corsi, aule di lettura, internet gratuito, spazio bimbi, biblioteche, mediateche, workshop permanenti dedicati al cinema, al teatro, alla danza, alla musica, alla multimedialità… Vi sono anche palestre e piscine, la cui iscrizione annuale ha un costo modestissimo e permette l’accesso alle strutture SESC di tutto il Brasile. Ovviamente non mancano caffè e ristoranti, questi ultimi, quantomeno nel caso della comedoria del SESC Pinheiros, estremamente economici. La mission del SESC, nato circa sessant’anni fa dall’iniziativa privata di quella che potremmo paragonare alla nostra camera di commercio, è quella di fare dell’educazione un pretesto per la trasformazione sociale. Oggi, giorno di festa, numerosissime famiglie assistevano alle iniziative rivolte ai più piccoli. Una partecipazione tanto numerosa  delle famiglie italiane si ottiene solo in occasione delle sagre e delle fiere. Meglio se al grido di “costine e salamelle per tutti!”.

Io, quantomeno, ho in seguito rifiutato di visitare l’esposizione dedicata ad Isabelle Huppert (è l’anno della Francia in Brasile e se ne commemorano  le massime espressioni  artistiche con esposizioni ed iniziative culturali sparse per la città) per un piatto di moqueca bollente e ben speziata. Decisamente un altro paio di maniche…

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Belo horizonte

ottobre 12, 2009

Belo Horizonte è la capitale dello stato di Minais Gerais e si trova a circa cinque ore di auto da San Paolo (otto ore se si prende l’autobus, un’ora con l’aereo).
Non ci saremmo mai spostati nell’ interior (per i Brasiliani il Brasile è due sole cose: l’interior e il litoral), se non avessimo avuto ad accoglierci là Stefania, una ex compagna delle elementari di Matteo, trasferitasi in Brasile con la famiglia da molti anni.

Belo Horizonte è infatti in primo luogo un centro economico (qui hanno sedi la Fiat, Iveco, Marelli, Google, Brembo freni…) e da vedere c’è poco e quasi tutto riferito all’architetto Oscar Niemeyer. Qui l’architetto ha realizzato un complesso di edifici noti come “complesso Pampulha” e la chiesa di San Francesco d’Assisi, primi esemplari di architettura moderna in Brasile. Tuttavia, grazie alle nostre guide, piuttosto che dedicarci agli aspetti culturali della città, ne abbiamo vissuto il lato “upper east side”: locali, drink, auto e vita in.
Stefania e famiglia vivono in una bellissima villa all’interno di un condominio situato nella parte più alta della città.
Per condominio, in Brasile, s’intende un complesso residenziale chiuso e vigilato, nel quale si entra solo previo riconoscimento. Nei condomini chiusi si trovano ovviamente le case più belle del Brasile: giganti, bianchissime, con giardino, piscina e spazi sportivo-ricreativi per tutti i gusti. Due cose da ricordare: in casa di Stefania si può gettare la carta nel wc e il suo giardino (cui mamma Licia dedica le proprie ore) fatica forse a buttar fuori un’erbetta inglese come si deve, ma sputa quarzo rosa ovunque.
Gli stati arabi, sappiamo, sono ricchi di petrolio;  ciò non significa tuttavia che, piantando un albero in giardino, tu ti imbatta necessariamente in un giacimento di oro nero. Lo stato di Minais Gerais (miniere generali, appunto) è tanto ricco di materie prime che non puoi scavare una fossa per il tuo criceto passato a miglior vita, senza trovare qualche pietra dura. La terra è rossissima, argillosa, ferrosa, fantastica nel suo contrasto con il verde intenso delle colline da pascolo (la zona è altresì famosa per l’allevamento e la produzione casearia).

Terminata la ricca colazione offerta dalla mamma di Stefania, le nostre guide ci portano a visitare Ouro Preto (letteralmente “oro nero”, dal colore della pietra da cui si ricava l’oro). Prima di cedere alle loro naturali inclinazioni (e fare della visita un velocissimo safari in auto), si sforzano di condurci all’interno di una delle numerose chiesette barocche sparse per la città. Sulla volta, l’ascensione al cielo di Maria, una stupenda Maria mulatta.
Qualche passo tra i negozietti della cittadina coloniale è sufficiente per rendersi conto della quantità di gioiellerie presenti; davvero un’esplosione di intriganti trasparenze colorate e preziose. Numerosi anche i manufatti in pedra sabon, una pietra morbidissima che si scalfisce con un semplice punteruolo.
Agli angoli della strada loschi individui ti invitano a guardare la loro mercanzia avvolta in panni scuri. Non si tratta di droga, sono contrabbandieri di pietre preziose. Ci sono luoghi al mondo in cui è più facile spacciare diamanti che marijuana. Ci sono luoghi al mondo in cui ricche signorotte si dedicano (oltre che ai tornei di scala quaranta con i genitori di Stefania) alla confezione di orecchini con zirconi piuttosto che al decoupage. Si fa quel che si può, insomma.
A seguire pranzo con cucina tipica e via, di nuovo, in auto.

L’indomani pranziamo con i genitori e il loro circolo di amici italiani in un ristorante sperduto nella campagna: carne e caipirinha ed una sorprendente pasta come solo in Italia sappiamo fare.
Un ultimo giro per locali prima di prendere l’autobus che ci ricondurrà a San Paolo, sul quale trascorreremo quattordici ore a causa di un incidente in autostrada. Roba che, con quelle ore di viaggio, ce ne tornavamo in Italia a fare un salutino…

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CLUB NOIR, rua Augusta 331

ottobre 6, 2009

Poichè il portoghese è la mia lingua madre, ho pensato bene di assistere a teatro ad un pezzo di Kafka. Ed ho sul serio pensato bene! Al di là di qualche ovvia falla nella mia comprensione del testo, l’esperienza si è rivelata davvero emozionante. Il teatro dove abbiamo assistito alla rappresentazione era minuscolo: nessun palco e tre lunghe gradinate sulle quali erano disposte non più di trentasei sedie. Gli attori li hai di fronte, le luci di scena coinvolgono anche te.

Nonostante la presenza di due personaggi, il pezzo è sostanzialmente un monologo in cui un uomo parla ad un’ipotetica aula accademica del suo processo di trasformazione da macaco a essere umano. Le questioni messe a fuoco da quest’allegoria sono molte e profonde: la distanza tra insegnante (mittente) e studenti (riceventi), la relatività del concetto di progresso, la libertà, la natura dell’uomo, il rapporto uomo-natura…Interessanti dunque i contenuti e altrettanto sorprendente la forma: in uno spazio così angusto, nient’altro che l’attore, il pubblico, una pipa, un  trofeo di caccia al muro, una sentinella muta, una corda a separare lo spazio della rappresentazione dai posti a sedere; prevalenza del buio e luci minime ma sapienti, in grado di tracciare sul volto dell’attore i lineamenti del primate; nessun, letterale, scimmiottamento delle fatture animalesche. Lodevole l’interpretazione dell’attrice, tanto brava che tutti ci siamo resi conto del suo sesso solo grazie alla voce naturale esibita ai commiati.

Era molto tempo che non andavo a teatro e questa serata ha riacceso una piccola scintilla di affetto e nostalgia verso questo tipo di rappresentazioni intime e sincere. Poi la serata è proseguita in rua Augusta (dove si trovava il teatro), la zona più alternativa e squinternata di San Paolo. Mentre le ore si facevano piccole, il numero delle persone, degli sterei a palla, delle prostitute avvolte in lurex e lattice si faceva sempre maggiore.

Un movimento continuo, uno scambio senza sosta, in una di quelle città che non dormono mai.

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Fantozzi 2. La vendemmia.

ottobre 5, 2009

Ho scoperto, per caso e a giorni di distanza, che il sisastroso lunedì di spesa e sabotaggi divini non si è esaurito nelle  mirabolanti avventure narrate in precedenza. In uno slancio di solidarietà, un mio collega mi ha svelato che la mail inoltrata a tutto lo studio per avvisare della mia assenza conteneva un errorino.

I verbi “sedere” e “sentire” (nel senso di sentirsi), in portoghese, sono rispettivamente “sentar” e “sentir”. Il fatto che io non fossi al corrente di questa prossimità ortografica e che il portoghese abbia più eccezioni che regole, mi ha indotta ad affermare via mail, ad ognuno dei miei circa trenta colleghi, il seguente: non sarei andata al lavoro quel lunedì (giorno in cui le persone ritornano alle scrivanie con i segni dei bagordi del fine settimana) perchè non mi sedevo molto bene e preferivo rimanere sdraiata a letto.

Non c’è stato nemmeno bisogno che mi riportasse alcuna battuta di quelle esplose al momento della lettura collettiva: me le sono immaginate tutte.

Come nel celebre romanzo, seppur non scarlatta, una lettera può cambiarti la reputazione…


Fantozzi in Brasile

ottobre 1, 2009

Decido, una mattina, di marinare il lavoro per fare quella spesa che rimando da due settimane; poichè si lavora per comprarsi il pane, mi sento pienamente legittimata a farlo. Vado dunque in quei del Comprabem, perchè il Carrefour (decisamente migliore sia a livello esperenziale che di fornitura) è un po’ lontano ed intendo prendermi una mattinata e non l’intera giornata per procacciarmi il cibo. In netto contrasto con la rinuncia al Carrefour per motivi di tempo, mi fermo mezz’ora circa in un negozio dell’usato e me ne esco con una borsettina a tracolla.

Entro nel supermarket con le migliori intenzioni: sto spendendo troppo (la borsetta prende a pulsare colpevole nella borsa più grande che la contiene) e devo fare economia sul cibo (Dio ci salvi dal rinunciare a vestiti ed accessori). Nonostante ciò mi lascio prendere la mano ed alla fine ho da portarmi via una decina di sacchetti pesantissimi, perchè in casa mancava tutto, dal dentifricio alla birra. Data la bassa estrazione di questo supermarket, all’esterno non c’è nemmeno l’ombra di un taxi e, guardando i miei polpastrelli diventare piccoli insaccati bluastri, realizzo che sarà ‘na traggedia.

A pochi passi dall’uscita mi sgattaiola fuori dalle borse una scatoletta di tonno; per raccoglierla devo chinarmi, abbandonare i sacchetti a terra e, mentre questi si afflosciano e tutto il contenuto prende a rotolare sul marciapiede e la borsa da passeggio mi scivola dalla spalla, recupero il tonno disobbediente e margino tutti gli altri tentativi di diserzione. Ricomposta, con i primi capelli che si appiccicano alla nuca, riprendo il cammino.

Dopo trecento metri mi piombano sulle dita dei piedi tre lattine di birra. Di nuovo mi fermo, abbandono le zavorre a terra, recupero le latte, mi bagno con una di queste che si è forata e accetto l’aiuto di una commessa che mi offre una sacola (sacchetto) nova. Mi rimetto in viaggio; il Comprebem che prima sembrava così vicino rispetto al Carrefour mi pare ora dall’altra parte della città. Probabilmente il valore della mia velocità di crociera è un numero negativo.

Dopo altre poche centinaia di metri inciampo in una mia bottiglia d’acqua. Comincio seriamente a valutare la possibilità di piangere, ma non posso, di fronte a un brav’uomo che mi soccorre regalandomi il secondo sacchetto di rinforzo.

Alla fine arrivo a casa e penso pure di essere un poco fortunata quando l’omino delle pulizie termina di limpare l’ascensore e me lo offre, profumato e pronto al piano terra, tenendomi la porta spalancata. Maledetto voltagabbana!: l’elevador non fa in tempo a raggiungere il settimo piano (ed io ad inchinarmi per impugnare le mille maniglie di plastica) che lui lo richiama in basso. Presa dal panico allungo una mano per intercettare il sensore; anzi, lo raggiungo prima con un sacchetto (ormai mia appendice naturalizzata), ma la porta dell’ascensore non muta programma e si chiude stritolando il mio povero aiutante. La pressione rivela chi, dietro il velo di poliuretano bianco, sta davvero combattendo questa battaglia: due confezioni di Activia alla prugna (la prugna é per assicurarmi che funzionino…). Spaventata dall’eventualità  di rimanere bloccata in questa cabina sospesa o di provocarne un guasto irrimediabile, elaboro velocemente e decido di pigiare  di nuovo il bottone del settimo piano. Inquadro l’obiettivo e vi scaglio contro la mano libera e sudaticcia; atterro sulla placca di metallo con l’intero palmo, per cui concentro l’intenzione motoria sul dito indice, allontano di poco la mano e ripeto il lancio; ecco il tasto infossarsi e splash! Lo yogurt capitola sotto il torchio della porta metallica e mi esplode in faccia.Il bottone si è illuminato, la porta si apre. Sparisco velocemente dal pianerottolo e reinoltro l’infernale bussola viaggiante al mittente. L’omino delle pulizie ora ha un Pollock di yogurt alla prugna da rimuovere dall’ascensore.

Una domenica d’inverno brasiliano al mare

settembre 21, 2009

Ci avevamo provato la domenica prima ma avevamo desistito.  Il motivo principale della rinuncia: la scarsa volontà di guidare del Tato, dopo la scioccante esperienza di guida a Rio e San Paolo. Avevamo candidato a meta ideale una delle spiagge a qualche ora di macchina dalla città, una di quelle già lambite durante il nostro primo viaggio.  Il Tato mal dissimula il suo disaccordo ma io insisto e, avvallata dalla sorte (nel consultare il sito di noleggio Matteo inavvertitamente prenota l’auto per l’indomani), riesco a conquistarmi una domenica d’inverno brasiliano al mare. Durante la notte vengo però tormentata da un generale malessere e la mattina mandiamo tutto a monte. Il Tato e il suo macuba si sono autorestituiti il favore. Nel letto di morte mi viene però solennemente promesso il mare la domenica successiva.

E così eccoci di nuovo a Guaruja, stavolta raggiunta con l’autobus in poco più di un’ora: ci dicono non essere il massimo ma è vicina e, lo scopriamo all’arrivo, al bar del capolinea fanno il cappuccino più strano e più buono che abbia mai assaggiato. Arrivati con aspettative molto modeste dobbiamo ricrederci: noi che conosciamo il profilo spigoloso delle località balneari della Riviera non ci scandalizziamo di fronte alla fila di palazzoni che si affaccia sulla spiaggia. Anche quando, alle due del pomeriggio (non alle cinque, ripeto, alle due), l’ombra dei suddetti palazzoni arriva a coprire tutta la spiaggia, ci sforziamo di non scandalizzarci. Raccolti con metà della popolazione brasiliana sotto la non-ombra dell’edificio più basso, ci procuriamo due seggiole ed un ombrellone (tutto gratis, si paga solo ciò che si ordina da bere o da mangiare), compriamo i racchettoni e ci dedichiamo ad un po’ di sana attività fisica. Dopo ore di racchettate, io non ho stillato nemmeno una goccia di sudore, mentre il Tato pare un involtino primavera ben unto. La precisione nel restituire i colpi al mittente non è decisamene il mio forte. Ci vuole un integratore di sali, a questo punto: cosa meglio di un’abbondante frittura di pesce bagnata da due caipirinhas preparate ad arte?!

Con i nostri bicchieri di plastica osserviamo la gente intorno ed individuiamo tracce di ogni genoma umano: bambini di tutte le razza ed età, famiglie numerosissime con badanti di colore al seguito, gruppi di ragazzi tatuati, surfisti, runners, gli immancabili virtuosi del palleggio estremo,  il classico solitario intellettuale. Anche il mercato degli imprenditori da spiaggia è vario: gelatai, venditori di succhi, un venditore di zucchero filato preconfezionato infilato (il venditore, non lo zucchero) in un costume felpato di mickey mouse con trenta gradi all’ombra, friggitori di spiedini di formaggio con la griglia allestita sulla bicicletta, i nostri amici friggitori di pesce, i distributori di mais e mantega (burro), cinesi con parei e costumi.

Siamo tra gli ultimi ad abbandonare la spiaggia, cui l’imbrunire ha conferito toni surreali; quasi deserta, compatta e lucida, riflette un cielo rosato decorato di nuvolette magrittiane: perfette, paffute e regolari. Anche gli inopportuni palazzoni si specchiano nella fascia di confine tra terra e mare e solo così, deformati dalle linee ondulate  dell’ultima acqua sulla spiaggia, mi piace pensarli  un legittimo elemento di questa composizione. Una domenica d’inverno brasiliano al mare.

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un sabato qualunque prima che tutto cambiasse…

settembre 15, 2009

Sabato mattina a tanta voglia di dormire, per recuperare le ore di sonno non godute durante la settimana e quelle perse la notte prima, passata a guardare film. Sabato mattina, dicevo, e Valdira che ci butta fuori dal letto minacciandoci di fiondarsi in reception a depositare i due biglietti per la fiera del design artigianale che ci ha procurato. Mi aveva da tempo parlato di questa fiera ed io l’avevo semplicemente ignorata. Anche stamattina lei chiama sul cellulare Matteo ed io la ignoro, continuo a dormire; intanto Matteo le assicura che tra un’ora saremo noi da lei. Tento di ignorare anche questa che penso essere una promessa di circostanza, ma il Tato mi doccia e mi colaziona e la trasforma in una promessa mantenuta.

La fiera è piccola, poco più che una mostra ordinaria, ma si rivela davvero deliziosa: tanti oggetti, tante ispirazioni e derivazioni, tanto handmade, molto crafting, un po’ di design vecchio stile ed un pizzico di kitch e di naif. Scopro una papelleria (cartoleria) che con la carta fa davvero tutto: dai biscotti alle borse, ed un designer che riveste bottiglie e che ha lavorato due anni presso un architetto milanese che conosco. Valdira, due passi più in là dall’entrata, ha già comprato una teiera con tazza incorporata provenienti dal Nord del paese; rivela inoltre una sfrenata passione per le paffute e lucide porcellane che riproducono le mamas di colore; riesce pure a fotografarne un certo numero senza alcuna discrezione e senza essere rimproverata da nessuno.
Grazie ad una soffiata scopriamo che a poca distanza si sta svolgendo un’altra fiera dedicata al design e ci fondiamo là. L’ingresso è però permesso solo ad architetti e designer ed io non ho con me il ben che minimo straccio di prova della mia attività, inoltre sono in compagnia di un ingegnere gestionale e di una psicologa; ma per Valdira nulla è impossibile: a seguito di un lungo sofismo sulla necessità di rendere accessibile agli stranieri il patrimonio artistico-creativo nazionale, riusciamo ad entrare.
Questa seconda rassegna è di livello più alto rispetto alla precedente, le merci (per lo più forniture e complementi d’arredo) sono disposte con ordine ed eleganza, tanto da annoiarci dopo pochi minuti e costringerci ad intrattenerci con del cibo mineiro (tipico dello stato di Minas Gerais) gentilmente offerto da uno stand.
All’uscita scopriamo una bella multa sull’auto, multa che Valdira prontamente nasconde e ci costringe a dimenticare per non brigare (litigare) con Tonino.

I favobarbobohemienne

settembre 9, 2009

Arrivati a San Paolo abbiamo dovuto velocemente trovare la soluzione ad una certa questioncina: dove vivere per un mese. Fortunatamente Antonio e Valdira ci hanno aiutati con gentilezza sincera e disinteressata. Siamo andati da loro per recuperare il mio cellulare e ci hanno offerto un pranzo a base di coccodrillo alla griglia (nel piatto sembra pesce ma ha tutto il sapore della carne), poichè l’armadillo Valdira non l’aveva in casa. Che razza di sprovveduta.

Dopodichè ci hanno scarrozzato in giro per la città (della coppia è Valdira a guidare, peraltro al cardiopalma) a visionare le soluzioni abitative che Antonio aveva meticolosamente selezionato per noi nei due giorni precedenti. Tra una visita e l’altra anche l’indicazione su dove acquistare film d’autore pirata (mica action movies da quattro soldi!). Fondamentale.

Il fatto è che io lavoro a sud di San Paolo, nella zona più tranquilla e prestigiosa della città; il che equivale ad affitti stratosferici. Non stiamo parlando di un paese del varesotto: non puoi abitare lontano dal tuo luogo di lavoro, perchè se piove e butta proprio male, ci puoi mettere anche tre ore a spostarti di due quartieri più in là. Abitare in un flat (monolocale arredato affittato con formula mensile) in prossimità dell’Avenida Paulista sarebbe stato molto più conveniente (e gratificante, visto che quest’arteria è il cuore pulsante della città), ma si sarebbe tradotto in un suicidio quotidiano per me. Abbiamo quindi lavorato di fine strategia e trovato un flat atipico in un posto atipico: di fronte all’areoporto cittadino di Congonhas. La prima atipicità è che la suite non aveva l’angolo cottura e saremmo dovuti scendere ogni volta di tre piani (dal nono al sesto, dove stava una piccola cucina comune) se non ci fossimo procurati un fornelletto da campo. La seconda atipicità è dovuta al fatto che far atterrare e decollare gli aerei della Gol e della Tam nel giardino di casa non è esattamente la soluzione che tutti adotterebbero per un sano e quieto vivere.  Ma così fu che ci trasferimmo in quel losco ed insalubre posto.

All’inizio temevo il peggio, soprattutto per il Tato tutto solo a casa: un giorno sarei tornata e avrei scoperto i muri ricoperti di segni e croci, a segnare gli atterraggi e i decolli delle compagnie di bandiera, lui preso dal delirio di aver individuato una costante matematica che rivelasse la fine del mondo. Invece ce la siamo cavata. Abbiamo lavato i piatti nel lavandino del bagno, cucinato con un fornelletto di fortuna (dopo il decimo minuto di cottura raggiungeva il punto di fusione di qualsiasi materiale), convissuto con minuscole formichine laboriose, portato pazienza per le irrisorie pulizie settimanali del personale di servizio, osservato il misterioso andirivieni di body guards nella hall e quello allegro di trasvetiti di ogni fattura, sopportato il chiasso di rave party organizzati sopra le nostre teste ogni sabato, dormito nel profumato ricordo delle fritture. Aggiungi a tutto questo l’assenza del bidet ed ecco come ci siamo conciati: da favobarbobohemienne. Bohemienne perchè trovavamo qualcosa di romantico e sfrontato nel vivere a ridosso di un areoporto pur di passare un mese insieme, barboni perchè  gli argomenti precedenti mi sembrano sufficienti e  favo che deriva parimerito da favolosi e  favelados (da favelas: poveracci).

Un mese con cui stremeremo di racconti i nipotini. Un nido d’amore, un piccolo pasticcio rosa. Dopo tutto questo potremo vivere ovunque, anche nell’ex stalla senza mobili e riscaldamento di un vecchio casale.

Stavolta in Toscana, s’il vous plait!


settembre 8, 2009

La notizia è giunta anche qui, in un martedì paulista violentato da un temporale terribile. Cribbio, non me l’aspettavo; l’ho lasciato ieri che sciava a Cortina col figlio Leonino (“è molto bravo, eh – eh…”) ed oggi…

Mio padre mi ha raccontato, da piccola, di essere uscito a pesca  con Mike, quando ancora era ragazzo, quando ancora non era nessuno, in quanto amico dell’amico di un suo cugino che frequentava una “certa” Milano. All’età di cinque anni fui scettica. Ad oggi mi va di concedergliela, questa; in fondo ognuno si merita il suo pezzetto di mito.

Un saluto, con rispetto e simpatia.